CAP 2 // Comprendere il cambiamento climatico e le sue sfide globali

L’acqua è un bene comune universale indispensabile alla vita, per le generazioni di oggi e di domani.

La crescita dei nostri bisogni idrici, cumulata agli effetti del cambiamento climatico, minaccia direttamente le nostre riserve di acqua dolce. È interrogandoci sulle sfide globali legate al cambiamento climatico che noi ci interessiamo più specificatamente del movimento naturale dell’acqua tra terra, mare e cielo (ciclo dell’acqua) e delle perturbazioni di questo ciclo da parte dell’Uomo attraverso i suoi usi e le sue attività.

Comprendere il cambiamento climatico e le sue sfide globali

cci07102015_0005La questione del clima sottopone numerose sfide alle nostre società per il futuro. Già oggi, gli effetti del cambiamento climatico cominciano a farsi sentire e le sue conseguenze sono sempre più visibili nella nostra vita quotidiana. L’aumento delle alluvioni, dei periodi di siccità, l’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento precoce dei ghiacciai ecc. sono fenomeni che tendono a rafforzarsi senza che l’Uomo riesca a prevenirli. La crescita aleatoria di questi fenomeni è riconosciuta come conseguenza di un processo complesso, che chiamiamo cambiamento climatico.

1.1 – Che cos’è il clima?

Il clima è un fenomeno difficile da com- prendere poiché agisce a diverse scale sugli ecosistemi, attraverso i processi fisici, chimici e biologici interdipendenti che

esso governa. Esistono sulla Terra diversi tipi di clima regionali che sono determina- ti da molteplici fattori, ovvero la latitudine, l’influenza della circolazione atmosferica e dei massici montuosi, l’ineguale distribu- zione di terre e mari (Fig.1).

Per ciascun clima, troviamo un suolo e una vegetazione che gli sono propri. Per esempio, il clima mediterraneo è un domi- nio bioclimatico caratterizzato da tempe- rature elevate, dovute alla prossimità con l’Equatore (le estati sono calde e gli inverni miti), ma anche da precipitazioni irregolari con un picco invernale e una vegetazione naturale tipo macchia mediterranea.

1.2 – Il cambiamento climatico

schermata-2016-11-16-alle-23-47-18Il clima presenta una parte di variabilità naturale ed un’altra attribuita alle attività umane, detta “antropica”. In effetti, nei millenni, il nostro Pianeta ha conosciuto diverse fasi climatiche storiche, chiamate ere glaciali (ad es. tra 200.000 e 150.000 anni fa).

schermata-2016-11-16-alle-23-48-56La paleoclimatologia, scienza che studia il clima del passato, ha messo in evidenza che la nostra epoca – l’Antropocene – ha conosciuto una trasformazione molto più rapida dell’ambiente rispetto al passato (soprattutto dopo il 1800). Questa trasformazione si traduce concretamente in un riscaldamento globale del nostro Pianeta.

I rapporti elaborati dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC), dimostrano che il cambiamento climatico che noi osserviamo oggi è provocato principalmente dall’attività umana. In particolare, le pratiche dell’uomo che portano all’emissione di gas serra5 fanno evolvere rapidamente le temperature medie. In soli due secoli, l’Uomo è divenuto il più grande produttore di gas serra. Queste osservazioni sono oggetto di un consenso scientifico e politico forte, poiché la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC) stabilita e sottoscritta da 196 paesi, definisce i cambiamenti climatici come “cambiamenti del clima che sono attribuiti diret- tamente o indirettamente ad una attività umana che altera la composizione dell’atmosfera mondiale e che va a sommarsi alla variabilità naturale del clima osservata nel corso di periodi comparabili”.

1.3 L’umanità di fronte agli effetti del cambiamento climatico

I diversi rapporti dell’IPCC dimostrano che le comunità umane e l’ambiente sono già e saranno anche in futuro fortemente impattati, se non saranno prese in tempo adeguate misure. I gas serra sono gas che si accumulano in atmosfera durante decenni o addirittura secoli. Essi continuano poi a influenzare il clima anche ben dopo la loro emissione. Non abbiamo quindi altre possibilità che ridurre da subito e drasticamente le nostre emissioni, per tornare al livello di capacità di assorbimento dell’atmosfera.Oggi si stima infatti che l’atmosfera possa assorbire solo dal 20% al 50% delle emissioni attuali1. Occorrerebbe quindi ridurre le nostre emissioni dal 50% all’80%. Sono perciò misure forti quelle che dobbiamo adottare fin d’ora.

Le conseguenze di un riscaldamento climatico anche minimo di 1° C sono già importanti: l’IPCC ha elaborato diverse proiezioni, dalle più ottimistiche alle più pessimistiche, per valutare gli effetti sull’Uomo e il suo ambiente. 

schermata-2016-11-16-alle-23-43-36Questi effetti sono diversi e cumulativi: scioglimento dei ghiacciai e aumento del livello degli oceani (che implica perdita di terre e spostamenti di popolazione), acidificazione degli oceani, perdita di biodiversità (sparizione delle foreste, delle paludi, delle barriere coralline), perdita dei raccolti dovuta alla siccità (quindi aumento della fame) o ad eventi climatici estremi (alluvioni, uragani), diffusione delle malattie tropicali, aumento dei costi della climatizzazione. Se si possono constatare alcuni effetti positivi a breve termine, come la diminuzione dei costi di riscaldamento o migliori rendimenti agricoli in alcune aree del mondo, questi lasciano presto il posto a scenari catastrofici. Infatti, al di là di una certa soglia di aumento della temperatura, siamo esposti a cambiamenti drastici del clima le cui conseguenze, molto meno prevedibili, saranno probabilmente altamente distruttive: lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia o nell’Antartico causerebbe un aumento del livello delle acque di 12 metri, che provocherebbe la sommersione di numerose città e megalopoli costiere; un cambiamento improvviso della direzione della Corrente del Golfo nell’Atlantico settentrionale renderebbe il clima europeo simile a quello dell’Alaska!

Tali rischi dovrebbero essere presi in considerazione da subito attraverso l’adozione di misure volte a ridurre il nostro impatto sul clima. Se esiste un consenso sul cambiamento climatico legato alle attività umane, siamo ancora lontani da un accordo internazionale per bloccare questo impatto.

Spesso, la politica ambientale è presentata come un ostacolo alla crescita economica. Le misure ambientali sono quindi considerate come dei costi aggiuntivi che vanno a frenare una attività economica stagnante, che si dovrebbe invece rendere più dinamica. Così, il Canada nel 2011 si è ritirato dal protocollo di Kyoto perché ritiene che questo costerebbe al Paese miliardi di euro e perdita di posti di lavoro8. Stessa cosa da parte dell’India, che critica questo accordo perché un tale impegno per il clima ritarderebbe lo sviluppo del Paese e impedirebbe a milioni di persone di accedere ad un livello di vita decente.

Questo ragionamento tuttavia è falso e pericoloso. Si tratta infatti di una sfida di lungo termine, che riguarda tutti i Paesi, diverse generazioni così come il futuro delle specie vegetali e animali. Allora, le decisioni politiche dovrebbero essere prese in modo atemporale.Il rapporto Stern (così chiamato dal nome dell’economista Nick Stern, che lo ha elaborato), realizzato nel 2006 dal governo britannico, ha permesso di divulgare questa visione di lungo termine. Effettuando un confronto tra costi e benefici delle politiche ambientali su un orizzonte molto lungo, il rapporto conclude:“Emerge una evidenza da tutti i calcoli operati, che ci conduce a questa conclusione chiara e netta: i benefici di una azione forte e presa più presto possibile superano di molto tutti i costi futuri che l’inazione genererebbe”.  Se nulla viene fatto, lo studio stima le per- dite a circa il 5% del Prodotto Interno Lor- do mondiale (PIL), per ogni anno e per un tempo indefinito. Questa cifra può anche aumentare al 20% del PIL mondiale se si adotta uno scenario di rischio e di impatti di maggiore ampiezza. In confronto, secondo Stern, i costi di una azione immediata (nel 2006, anno del rapporto) per evitare le peggiori conseguenze legate al cambiamento climatico, non arriverebbero all’1% del PIL mondiale.

Un costo minimo, dunque, per impedire il peggio e che non deve del resto essere visto come un costo, ma come un investimento.Inoltre, più si ritarda l’azione, più essa è costosa e meno efficace!

Limitare le nostre emissioni di gas serra necessita di sforzi finanziari, certo, ma che rappresentano in realtà un’opportunità per modernizzare la nostra economia, sviluppare nuovi settori e creare impiego. Le politiche ambientali devono essere viste come una leva per permettere un rilancio dell’economia. Se gli strumenti economici ci permettono di modellizzare i rischi, i costi e i guadagni legati ai cambiamenti climatici e possono essere degli strumenti utili alla presa di decisioni, non possiamo però ridurre la sfida rappresentata dal cambiamento climatico ad un semplice calcolo economico.

Si tratta anche – per l’umanità – di reinterrogarsi in profondità sulla propria concezione della solidarietà tra Paesi e verso le generazioni future, così come sul suo rap- porto con la natura. Deve evolversi e adattarsi per far fronte a cambiamenti rapidi. È ciò che viene chiamato il fenomeno della resilienza. Si tratta della capacità di un corpo, un organismo, di resistere e ritrovare le proprie capacità iniziali dopo una alterazione. Le sfide globali poste dal cambiamento climatico risiedono in questo fenomeno di resilienza, cioè nella capacità dell’umanità e del suo ambiente di adattarsi ed evolversi.

La resilienza dell’uomo si gioca sulla sua capacità di creare nouve tecnologie che rispondano ai suoi bisogni, rispettando l’ambiente. Le ecotecnologie, per esempio, sono un modo di adattarsi: si potrebbe parlare quindi di resilienza tecnologica. Ma si tratta anche di essere in grado di cambiare il nostro sistema socioeconomico per diminuire il nostro impatto e gestire meglio i veni comuni come l’atmosfera l’acqua, e le altre risorse naturali.

La resilienza reinterroga la relazione tra l’Uomo e il suo ambiente. L’umanità non è la sola ad essere colpita dai cambiamenti climatici. L’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN), una delle più vecchie organizzazioni mondiali di protezione dell’ambiente, stabilisce da oltre 50 anni una lista rossa di specie vegetali e animali minacciate.

Nella sua ultima edizione, sulle 77.340 specie studiate, 22.784 sono state classificate come minacciate. Ma solamente il 3% delle specie conosciute è studiato dall’IUCN. Tra queste specie, il 41% degli anfibi, il 13% degli uccelli e il 25% dei mammiferi è minacciato di estinzione a livello mondiale. È il caso anche del 31% degli squali e delle razze, del 33% dei coralli che costituiscono le barriere coralline e del 34% delle conifere10. Si stima che 338 specie di vertebrati siano definitivamente sparite e che 280 non esistano più se non in cattività. Il tasso di sparizione delle specie si è moltiplicato per 100 dal 1900. Si stima dunque che la Terra, che ha conosciuto cinque estinzioni massicce, sia oggi all’inizio di una sesta estinzione: sarà la prima causata dall’Uomo e non da fenomeni naturali11.

Da qui l’importanza di ripensare il nostro legame con la natura. La flora e la fauna non devono più essere viste come delle risorse al servizio dell’Uomo, ma piuttosto come esseri con i quali noi siamo interdipendenti e complementari. Questo cambiamento delle coscienze può passare soprattutto dal diritto penale internazionale, per riconoscere una giustizia per la Terra e gli ecosistemi. È, per esempio, l’obiettivo del movimento “End Ecocide”, che promuove la creazione di un quadro legale e penale per prevenire e impedire il danneggiamento massiccio o la distruzione degli ecosistemi. Per il momento, non esiste nessuna istanza penale nazionale, europea o internazionale che possa, in virtù del diritto, perseguire organizzazioni come le multinazionali per aver distrutto un ecosistema e la sua biodiversità. Il riconoscimento dell’ecocidio (la distruzione dell’ambiente naturale, da “eco”, casa in greco, e “cidio” dal verbo uccidere) si collocherebbe allo stesso livello e allo stesso titolo del crimine contro l’umanità, il crimine di genocidio, il crimine di guerra.illustraz

Le poste in gioco dell’acqua nel contesto del cambiamento climatico

In un rapporto del giugno 2008, l’IPCC riconosceva che dagli anni ’60 il cambiamento climatico influisce fortemente sulle risorse idriche.  Le nostre esperienze personali e di sensibilizzazione ci rendono consapevoli dello stretto legame tra le risorse idriche e il clima. Il cambiamento climatico si riflette e si rifletterà con diversi problemi su molte questioni legate all’acqua

o L’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari

Oggi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS14), un terzo della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Le catastrofi naturali legate al cambiamento climatico accentueranno questa ineguaglianza e la situazione tenderà a peggiorare. Ma l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari è una sfida anche per la popolazione europea: alcuni dei nostri comuni, per esempio, conoscono già da tempo difficoltà per la fornitura di acqua potabile alla propria popolazione (per es. nel centro e sud Italia). Recentemente (ottobre 2015) la popolazione di Messina è rimasta per giorni senza accesso all’acqua potabile a causa di un danno alle condutture provocato da frane e smottamenti, avvenuti a seguito di forti piogge e vento.

o L’agricoltura

Secondo la FAO, circa il 70% dei prelievi mondiali di acqua dolce è legato all’agricoltura15, che è dunque uno dei settori cruciali per la questione idrica e anche per il cambiamento climatico. È evidente che i conflitti saranno sempre più forti in questo ambito, tanto più che la modifica delle pratiche agricole pone il problema della nostra sicurezza alimentare. Da qui al 2050 sarà necessario nutrire quasi 9 miliardi di persone. Inoltre, se l’agricoltura è la prima consumatrice, è anche la prima inquinatrice. La sfida non è quindi solo quantitativa!

o L’energia

Consumiamo sempre più acqua per pro- durre energia. Essa è quindi al cuore di tutte le nostre attività! Allora, è necessario rimettere in discussione le nostre pratiche e il nostro modo di produrre energia.

o Gli ecosistemi

L’ambiente è trasformato dalle nostre attività. Il nostro rapporto con l’ecosistema deve quindi cambiare ed evolversi di conseguenza. Le questioni del ripristino e della protezione della natura divengono quindi delle poste in gioco principali, perché gli ecosistemi giocano un ruolo impor- tante nell’evoluzione del clima.

Abbiamo quindi quattro ambiti di sfide principali per le risorse idriche in relazione al cambiamento climatico.

Le catastrofi naturali legate all’acqua aumentano e questo ci conduce a ripensare al nostro modo di vivere. Tutti questi impatti e poste in gioco rischiano di portare a conflitti tra i diversi usi dell’acqua, che si intensificheranno se il clima non verrà riequilibrato nel futuro prossimo. La gestione dell’acqua da parte dell’Uomo è dunque un fattore che influenza molto il clima. Si può già constatare questa influenza in casi locali, come ad esempio i bacini delle grandi dighe, che possono modificare localmente il clima (es. la Diga di Assuan in Egitto). Ciononostante, questo fattore per il momento non è mai stato preso in considerazione negli accordi internazionali.

Come sottolinea la Coalition Eau “non si può veramente parlare oggi di un ruolo del settore idrico nei negoziati climatici. Infatti, i negoziatori internazionali non vogliono impegnarsi in negoziazioni settoriali, a causa delle difficoltà che incontrano già rispetto alle due poste in gioco principali identificate dalle negoziazioni, cioè l’ottenimento di un accordo giuridicamente vincolante sulla riduzione delle emissioni e la questione dei finanziamenti” .

Per questo è necessario che le risorse idriche siano prese in considerazione nei diversi accordi diplomatici legati al clima come quel- lo avviato in occasione della COP21. Un accordo sulla questione dell’acqua può sembrare qualcosa di aneddotico e settoriale, ma si tratta nei fatti di un accordo pratico che riguarda il cuore del processo!

Qui puoi consultare e scaricare il manualweb  completo !

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