CAP 4 // Lo sfruttamento degli ecosistemi e delle risorse idriche

pascontentL’Uomo ha sempre modificato il suo ambiente e plasmato il paesaggio per ricavare profitto e mettersi in sicurezza. Lo sfruttamento degli ecosistemi e delle risorse idriche contribuisce al disequilibrio dei cicli dell’acqua.

4.1 – La deforestazione

Le foreste giocano un ruolo fondamentale nell’equilibrio climatico, poiché captano le molecole di CO2 e trattengono le molecole di H2O. In Europa, le foreste coprivano in passato circa l’80% delle nostre terre, mentre oggi la copertura si è ridotta al 34% dei suoli, ad eccezione della Russia.

Secondo Eduardo Rojas-Briales, Vicedirettore generale del dipartimento delle foreste della FAO, «le foreste fanno parte delle infrastrutture naturali di tutti i Paesi e sono essenziali per il ciclo dell’acqua (…). Riducono gli effetti delle alluvioni, prevengono l’erosione del suolo, regolano il livello della falda freatica e assicurano alla popolazione, alle industrie e all’agricoltura la fornitura di acqua di buona qualità”30.

Le foreste sono spazi che partecipano all’equilibrio dei cicli dell’acqua attraverso i processi di trattenimento, infiltrazione dell’acqua ed evapotraspirazione dei vegetali. Distruggendo le foreste, l’Uomo influenza e perturba questo equilibrio e favorisce l’erosione, un processo geomorfologico naturale che provoca la degradazione e la trasformazione del rilievo. Questo fenomeno è accentuato dall’azione umana e modifica gli habitat delle specie animali e vegetali. Peraltro, il denudamento dei suoli favorisce il ruscellamento e quindi diminuisce la riserva idrica nel suolo. Inoltre, quelle che scorrono e si immettono nei fiumi sono acque inquinate, senza un trattamento artificiale o naturale.

Il blocco della deforestazione e la vegetazione dei terreni sfruttati ecc., rappresentano delle poste in gioco importanti per minimizzare gli impatti sulle risorse idriche ed attenuare gli effetti del cambiamento climatico. Per esempio, in Francia sono state realizzate delle foreste di protezione.

Le foreste di protezione sono foreste pubbliche o private, gestite o protette per premunire le generazioni future e gli ecosistemi contro le catastrofi naturali, i rischi naturali, al fine di preservare la sicurezza, la salute e la qualità della vita degli abitanti delle zone altamente urbanizzate, le risorse idriche e il suolo”.

Nelle foreste di protezione è stata introdotta una regolamentazione stringente per conservare l’ambiente naturale (divieto di accesso al pubblico, di pascolo, di dissodamento, di scavo e l’im- pianto di infrastrutture ecc.). Allo stesso modo, in Europa vengono realizzati programmi di rimboschimento, con l’obiettivo di restaurare o creare zone boscate distrutte in passato. Si stima che l’Italia contasse nel 1950 5,5 milioni di di superficie boscata, saliti a 8,7 milioni nel 1985 (anno a cui risale il primo inventario forestale nazionale) e giunti a 10,4 milioni nel 2000, pari al 34,7% della superficie totale del Paese.

4.2 – Modificazione dei corsi d’acqua

Parallelamente alla deforestazione l’Uomo, dalla metà del XX secolo, ha realizzato numerose opere di gestione dei corsi d’acqua. Molte tra queste hanno previsto una modifica del tracciato del letto33 dei corsi d’acqua (canalizzazione) (Fig. 11). Allo stesso modo, l’Uomo ha installato sbarramenti e dighe, “opere d’arte” costruite attraverso i corsi d’acqua per regolare il flusso dei fiumi e/o stoccare l’acqua. Tutte queste operazioni miravano a dominare la capacità idraulica di un settore di un fiume, proteggere le terre coltivabili e gli abitati dalle inondazioni, produrre energia, irrigare, fornire acqua potabile a uomini e bestiame ecc.

La canalizzazione ha un impatto sull’equilibrio dei corsi d’acqua poiché non solo modifica gli habitat della fauna e della flora, ma porta squilibri anche al regime idrologico naturale:

o i picchi di piena e di magra di alcune parti del bacino vengono aumentati;

o pendenza e velocità di ruscellamento sono modificati;.

o vengono soppressi i meandri del fiume e dunque la presenza di rifugi dove il flusso sia meno forte, che costituiscono luoghi di riposo e riproduzione per i pesci;

o il corso d’acqua è isolato dal suo ambiente, e ciò provoca la sparizione di zone umide ai bordi del letto del fiume e la conseguente distruzione della biodiversità in queste zone;

o il corso d’acqua non è più connesso neppure con le acque sotterranee e non si ricarica di minerali;

o viene limitata l’ossigenazione dell’acqua (fondamentale nel processo di

depurazione naturale) perché la superficie di contatto tra aria e acqua è ridotta.

La canalizzazione impatta quindi anche la qualità intrinseca dell’acqua.

Così, favorendo l’accelerazione dello scorrimento o al contrario il suo rallentamento, sopprimendo le specie vegetali dagli argini, l’Uomo porta uno squilibrio nei cicli idrici.

Oggi, numerose azioni vengono realizzate in Europa per ricostituire il regime idrologico naturale dei corsi d’acqua, e dunque la loro dinamica. Queste operazioni sono molto delicate, poiché l’esperienza è ancora scarsa e servono anni per avere una verifica dell’efficacia degli interventi, dato che i processi idromorfologici procedono a scale temporali importanti.

4.3 – L’urbanizzazione

L’urbanizzazione sta divenendo un fenomeno sempre più preoccupante. Il consumo di suolo in Italia continua a crescere in modo significativo, pur segnan- do un rallentamento negli ultimi anni: tra il 2008 e il 2013 il fenomeno ha riguardato mediamente 55 al giorno, pari a 6-7 m² persi irrimediabilmente ogni secondo. Questo consumo di suolo continua a coprire aree naturali ed agricole con asfalto e cemento, edifici, capannoni, servizi, strade, con conseguente impermeabilizzazione dei suoli, canalizzazione e arginatura dei fiumi.schermata-2016-11-16-alle-23-58-07

L’impermeabilizzazione dei suoli contribuisce al ruscellamento dell’acqua a scapito della sua infiltrazione.

L’acqua che scorre nelle zone urbane è spesso carica di sostanze inquinanti (idro- carburi, metalli pesanti ecc.) e contamina così i corsi d’acqua. Infatti, in certe città le reti fognarie convo- gliano l’acqua direttamente nei fiumi. In Europa, più di 20 km3 di acqua piovana sono evacuati in questo modo ogni anno, pari a 1.000 km³ di acqua in 50 anni (corrispondenti a 1,1 volte l’acqua contenuta nel lago Titicaca). In passato, quest’acqua saturava l’ecosistema, riempiva le falde e raffreddava l’atmosfera. Le città divengono molto rapidamente isole di calore che trasformano l’energia che arriva al suolo in calore sensibile.

 isola-calore-romaLe isole di calore (qui a sinistra quella di Roma) sono microclimi artificiali caratterizzati da elevate temperature localizzate. Eliminando la vegetazione e favorendo il ruscellamento dell’acqua, l’urbanizzazione (impermeabilizzazione dei suoli, artifi- cializzazione del paesaggio) contribuisce quindi ai disequilibri dei cicli dell’acqua. Oggi esistono numerose soluzioni per minimizzare gli impatti dell’impermeabilizzazione dei suoli. La soluzione più semplice è quella di controllare la pianificazione dei territori attraverso una politica di gestione delle acque piovane integrata ai piani di urbanizzazione. L’Unione Europea ha tentato di instaurare una direttiva quadro dei suoli. Questo tentativo è però fallito a causa dell’opposizione di alcuni Stati.

schermata-2016-11-16-alle-23-59-56Diverse le tecniche che favoriscono gli spazi verdi: la copertura vegetale dei tetti, l’impianto di fosse livellari (o swales, Fig. 14)41, di eco-quartieri (Fig. 15), di pozzi di assorbimento, di trincee drenanti o ancora di bacini di infiltrazione ecc. sono soluzioni che permettono di minimizzare gli impatti dell’urbanizzazione sulle risorse idriche. Va notato che tutte queste tecniche per trattenere l’acqua sui territori sono soluzioni costose sia per la loro installazione che per la loro manutenzione. Necessitano quindi di un appoggio politico e finanziario forte.

 

 

4.4 – L’agricoltura intensiva

L’agricoltura mondiale è il primo settore di impiego: il 40% della popolazione attiva dipende dall’agricoltura. Nel contempo, è uno dei settori meno sostenibili: si considera che sia responsabile del 20% delle emissioni di gas serra. Ma questo non è l’unico problema posto dall’agricoltura. La modernizzazione delle pratiche agricole (con la tecnica) ha permesso di aumentare considerevolmente i rendimenti agricoli. L’agricoltura intensiva che ne deriva minaccia particolarmente gli equilibri naturali. Infatti, l’agricoltura intensiva consiste nel creare grandi superfici coltivabili che sono sfruttate a partire da modelli produttivistici. È stato stimato che la produzione agricola si sia moltiplicata per 6 tra il 1900 e il 1975. Riunendo i campi per creare grandi superfici coltivabili ad alto rendimento dove poteva essere introdotta la tecnologia, l’Uomo ha soppresso gran parte delle strisce erbose e delle siepi che separavano in precedenza le diverse colture. Così, ha eliminato le riserve d’acqua vegetali naturali, favorito il ruscellamento e disseccato i suoli.peur

Per aumentare i rendimenti e allungare la durata della stagione agricola, l’Uomo utilizza tecniche di irrigazione in aggiunta all’acqua piovana. Si tratta di una operazione che consiste nell’apportare artificialmente acqua alle piante coltivate per aumentare la produzione e permetterne la crescita anche in caso di un deficit pluviometrico, di drenaggio eccessivo ecc. Esistono diverse tecniche di irrigazione che sfruttano le acque di superficie o quelle sotterranee. L’Italia è, dopo la Spagna, il Paese europeo che ricorre maggior- mente all’irrigazione. Nel 2009/2010 il volume di acqua irrigua utilizzato è stato pari a 11.618 milioni di m³, per 2.489.914 ha di terreno, ovvero mediamente 4.666 m³ di acqua per ora. L’agricoltura assorbe circa il 60% della domanda d’acqua a livello nazionale.

La rarefazione dell’acqua, nel periodo estivo, e la parallela intensificazione degli usi, hanno portato al prelievo dalla falda, un’acqua il cui rinnovamento è più lento. L’uso di acqua sotterranea consumata per l’irrigazione nel mondo è triplicato dagli anni ’60. Certe tecniche di irrigazione, quindi, non sono sostenibili e pongono oggi problematiche importanti sia per quanto riguarda il prelievo di risorsa che per la sua non restituzione all’ambiente naturale. Infatti, questo consumo di acqua partecipa al processo di erosione e salinizzazione dei suoli. Tanto più che si stima che dal 30 al 60% delle tecniche irrigue standard non avvantaggiano le colture e portano all’evaporazione diretta dell’acqua. L’agricoltura intensiva comporta quindi numerosi problemi per le risorse idriche, che vengono impattate sia in termini quantitativi che qualitativi.L’agricoltura inquina l’acqua perché apporta concimi e pesticidi (insetticidi, fungicidi, erbicidi). Si utilizzano in media 180 milioni di tonnellate di prodotti chimici all’anno nel mondo. I tre maggiori utilizzatori di prodotti chimici per l’agricoltura sono gli Stati Uniti, il Brasile e la Francia.

Secondo il Rapporto nazionale sui pesticidi nelle acque redatto dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) 2011/2012, nelle acque superficiali italiane sono stati rinvenuti pesticidi nel 56,9% dei 1355 punti di controllo, con concentrazioni superiori ai limiti di legge in 253 casi. Nelle acque sotterranee sono risultati contaminati il 31% dei 2145 punti. Le concentrazioni misurate sono spesso basse, ma il risultato complessivo indica un’ampia diffusione della contaminazione. I livelli sono generalmente ancora inferiori nelle acque sotterranee, tuttavia residui di pesticidi risultano presenti anche in falde profonde, naturalmente protette da strati di roccia poco permeabili.

Le persone più esposte a queste sostanze (gli operai che le producono e gli agricoltori) soffrono e muoiono di avvelenamento per malattie legate all’esposizione. Insomma, l’agricoltura intensiva impoverisce e causa la desertificazione dei suoli con tecniche di sfruttamento intensive, inquina con la moltitudine di sostanze chimiche utilizzate, preleva e consuma quantità molto grandi d’acqua perturbando il ciclo idrico, nuoce ai produttori e ai consumatori! Per comprendere meglio questo sovraconsumo di acqua attraverso gli usi agricoli, possiamo utilizzare un indice chiamato Impronta Idrica (Water Footprint). L’Impronta Idrica mette in evidenza il volume d’acqua necessario per produrre un bene o un servizio. La rivista Ecological Indicators ha recentemente dimostrato che i prodotti alimentari rappresentano l’84% dell’Impronta Idrica in Europa.

Questo indicatore ci fa capire che è necessario adattare le nostre colture al clima del nostro bacino, ma anche ripensare le nostre abitudini alimentari. Infatti, diminuire il nostro consumo di carne, di zucchero e di grassi animali ci permetterebbe di ridurre l’Impronta al 23% (oltre a risolvere molti problemi di salute pubblica come l’obesità, il colesterolo, il diabete).

Per minimizzare gli impatti sulle risorse idriche, trattenendo l’acqua sulle superfici, possono essere utilizzate diverse tecniche. Per esempio, è possibile reimpiantare le siepi o gli alberi sui nostri campi. Altre tecniche come il reimpianto di strisce erbose, la rotazione delle colture, l’uso di tecniche di irrigazione sostenibili (come quella detta goccia a goccia), l’agricoltura biologica ecc. permettono di ridurre le perdite d’acqua e di diminuirne il consumo.

schermata-2016-11-17-alle-00-05-13L’acqua infatti può essere anche risparmiata, se decidiamo di coltivare solamente sementi/colture adattate al nostro clima. Certe monocolture, a cui è stato dato impulso in Europa dalla Politica Agricola Comune (PAC), richiedono molta acqua a causa del loro non adattamento al clima europeo. Per esempio, il mais – ampiamente coltivato nel nostro continente – ha origine da una pianta tropicale, cioè una pianta non adattata al nostro clima. Questo cereale richiede molta acqua e necessita di irrigazione regolare durante l’estate. Si stima che siano necessari circa 900 litri d’acqua per produrre 1 kg di mais.

 

4.5 – L’impatto degli allevamenti

 

L’impatto ambientale causato dall’allevamento è altissimo, indipendentemente dal settore: produzione di carne, di uova o di latte. Per allevare gli animali e soprattutto per coltivare il mangime, vengono utilizzati milioni di ettari di terreno. L’allevamento di bovini è quello con il maggior impatto. Un esempio per illustrare la situazione attuale: la porzione della dieta degli statunitensi basata sugli animali occupa circa 3,7 milioni di km² per la coltivazione del foraggio ed il terreno da pascolo, equivalente a circa il 40% di tutto il territorio della nazione, ovvero a 12.000 m2 per persona. L’acqua necessaria è 45 miliardi di m3 e i fertilizzanti usati sono la metà di quelli totali. Uno dei problemi degli animali d’allevamento, dal punto di vista ambientale è che consumano molte più calorie, ricavate dai vegetali, di quante ne producano sottoforma di carne, latte e uova.

barillaIl rapporto di conversione da mangimi animali a cibo per gli umani varia da una specie all’altra, ma è in media molto alto, 1 a 15: per un chilo di proteine animali occorre un volume d’acqua 15 volte maggiore di quello necessario alla produzione della stessa quantità di proteine vegetali. Per produrre proteine animali vengono quindi consumate molte più risorse (acqua, terreno e fertilizzanti) rispetto a quelle necessarie per la produzione di vegetali. Secondo le statistiche della FAO (FAOS- TAT, 2006), metà dei cereali ed il 90% della soia prodotti nel mondo sono usati come mangimi negli allevamenti. Per la maggior parte, provengono da monocolture inten- sive e vengono trattati con fertilizzanti chimici e pesticidi, dannosi per il suolo e le riserve idriche. Insieme alla degradazione del suolo, il consumo d’acqua è una delle maggiori cause di impatto ambientale dell’alleva- mento di bestiame. La richiesta d’acqua diretta per il bestiame corrisponde all’1,3% dell’acqua usata in totale in agricoltura. Considerando l’acqua necessaria per la coltivazione dei cereali e del foraggio per uso animale, la quantità d’acqua comples- siva è enormemente più elevata.

In Italia, sommando l’impatto diretto e indiretto, servono in media 21.000 litri di acqua per produrre 1 kg di carne bovina (Water Resour Manage, 2007). Quando gli animali vengono allevati coi metodi tradizionali, le loro deiezioni contribuiscono a mantenere la fertilità del terreno. Tuttavia, le deiezioni dei molto più diffusi allevamenti intensivi non riescono ad essere smaltite correttamente. Filtrando nei corsi d’acqua, la inquinano con azoto e fosforo. Queste infiltrazioni danneggiano gli ecosistemi acquatici, diffondendo batteri infettivi che giungono sino alle falde acquifere utilizzate per l’acqua potabile. Inoltre gli animali da allevamento emettono gas serra, come sottoprodotto della digestione. Principalmente i bovini emettono una quantità significativa di metano nell’aria. Oltretutto, l’alto contenuto di ammoniaca delle deiezioni animali è una delle cause delle piogge acide. l Barilla Center for Food & Nutrition ha elaborato una doppia piramide: Alimentare – Ambientale; che mette in relazione l’aspetto nutrizionale con l’impatto ambientale, e ribadisce la grande quantità di acqua necessaria a realizzare alimenti di origine animale54.

La domanda dei prodotti d’allevamento è in costante aumento e per la maggior parte verrà soddisfatta dall’uso di sistemi d’allevamento intensivo. La sensibilizzazione dei consumatori ad un acquisto consapevole può determinare un’inversione di marcia verso consumi più sostenibili, sia in termini di benessere animale che di impatto ambientale.

4.6 – Gli usi dell’acqua per l’industria

Le industrie rappresentano l’insieme delle attività socio-economiche rivolte alla produzione in serie di beni e/o alla produzione di energia. Esse sono state storicamente localizzate vicino all’acqua, che era usata come fonte di energia. Oggi, le industrie continuano ad utilizzare massicciamente questa risorsa per produrre energia, lavare oggetti, riscaldare o raffreddare, o ancora per realizzare reazioni chimiche in ambiente acquoso ecc. Si stima oggi che le industrie rappresentino il 20% del consumo totale mondiale di acqua. Questa cifra varia in funzione dei paesi e del settore di attività.

 

4.6.1 – L’acqua nella produzione di beni e servizi

Le industrie hanno bisogno di acqua nei loro processi produttivi. Questa può essere acqua potabile (per il settore agroalimentare), acqua molto pura (nei settori dell’elettronica, medicale e biologi- co), ma è possibile anche l’utilizzo di acque reflue. In Italia, il settore energetico ed industriale assorbono circa il 25% della domanda.

Secondo il Centro Nazionale per le Ricerche francese, “le industrie che richiedono più acqua sono quelle della trasfomazione. In Francia, i quattro settori di attività maggioritari sono la chimica di base e la produzione di fibre e filati sintetici, l’industria della carta e del cartone, la parachimica e l’industria farmaceutica, che totalizzano da sole i due terzi di tutti i consumi industriali”. schermata-2016-11-17-alle-00-09-05

4.6.2 – L’acqua nella produzione di energia 

L’acqua è ampiamente usata nella produzione di energia, nelle centrali nucleari, idroe- lettriche, a carbone. L’Uomo ha sempre più bisogno di energia per rispondere ai propri bisog- ni. I principali prelievi sono co- munque legati al settore idroe- lettrico, che a differenza di altri usi non consuma l’acqua. Infat- ti, l’acqua prelevata viene poi rigettata nell’ambiente.

In generale, i prelievi di risorsa per la produzione energetica influiscono sulla qualità dell’acqua (cambiamenti di temperatura, inquinamento ecc.). L’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) stima che i prelievi di acqua destinati alla produzione energetica nel mondo siano stati di 583 km3 nel 2010. Negli scenari dell’AIE, si stima che nel 2035 i prelievi d’acqua per produrre energia aumente- ranno del 20% e che il consumo nel settore energetico vedrà un aumento dell’85%. Questo uso eccessivo di acqua da parte del settore pone non solo problemi quantitativi, ma anche qualitativi, poiché si stima che da 15 a 18 km3 di acqua dolce siano contaminati ogni anno dall’estrazione di combustibili fossili.Un soluzione fattibile e sostenibile per minimizzare gli impatti sulle risorse idriche è certamente il risparmio di energia. Controllando i nostri consumi di energia nel quotidiano possiamo risparmiare anche risorse idriche e contribuiamo agli equilibri del clima.

L’uso di energie rinnovabili (solare, eolica ecc.) è un’altra soluzione che dovrebbe essere incoraggiata dai nostri decisori poli- tici. Come sottolinea la Fondazione France Liberté:

Un altro modo di utilizzare meglio le risorse idriche è dare loro una visibi- lità. L’istituzione di una impronta idrica (“Water Footprint”) per i beni di consu- mo prodotti dall’industria sarebbe un mezzo efficace di sensibilizzare i consumatori e di responsabilizzare le imprese rispetto al sovrasfruttamento delle risorse idriche nel mondo”.

Ci sembra ugualmente necessario interrogarci sui nostri modi di consumo, che dipendono ancora oggi principalmente da beni secondari.

4.7 – Gli usi domestici dell’acqua

Chiamiamo usi domestici dell’acqua i prelievi e lo scarico di risorse idriche destinate ai bisogni diretti dell’Uomo. Si tratta di cure igieniche, bisogni a fini alimentari, lavaggio ecc. I cambiamenti economici e sociali, la modernizzazione, l’urbanizzazione e l’arrivo dell’acqua negli alloggi hanno totalmente modificato i nostri usi domestici dell’acqua. Alla fine del XVIII secolo, si stimava che una persona utilizzasse per l’insieme dei propri bisogni tra 15 e 20 litri d’acqua al giorno. Nel 2012 in Italia l’erogazione giornaliera pro capite di acqua per uso potabile è stata invece di 241 litri (comprendenti anche gli usi non fatturati e gli usi pubblici, come la pulizia delle strade, l’acqua nelle scuole e negli ospedali, l’innaffiamento di verde pubblico, i fontanili). Questo consumo varia in funzione della composizione del nucleo familiare e del reddito di ciascuno. Nel 2012 il prelievo nazionale di acqua a uso potabile ammonta a 9,5 miliardi di metri cubi, di cui l’84,8% proviene da acque sotterranee, il 15,1% da acque superficiali e il restante 0,1% da acque marine o salmastre. L’accesso all’acqua e ai servizi igienici è molto sviluppato in Europa. Nel 2012 il 99,7% dei comuni italiani era servito dalla rete di distribuzione dell’acqua potabile, che copre interamente o in parte i bisogni idrici della popolazione. I comuni totalmente sprovvisti della rete di distribuzione sono solo 25, vi risiedono 114.561 persone, pari allo 0,2% della popolazione totale. In questi comuni, che si trovano in Lombardia (12), Veneto (8) e Friuli-Venezia Giulia (5), la popolazione ha frequentemente forme autonome di autoapprovvigionamento (ad esempio pozzi privati). I comuni in cui è presente la rete fognaria pubblica, che serve interamente o in parte la popolazione presente, sono il 99,5% del totale. I 43 comuni sprovvisti si trovano in Sicilia (26), Puglia (5), Campania (4), Veneto (4) e Friuli Venezia Giulia (4), vi risiedono poco meno di 500 mila persone (0,8% della popolazione totale). Si tratta frequentemente di situazioni in cui la rete fognaria esiste, ma non è stata an- cora messa in esercizio. In questi casi ogni edificio è dotato di sistemi autonomi di smaltimento dei reflui (ad esempio, pozzi a tenuta, pozzi perdenti, fosse settiche).

Il sistema di distribuzione, tuttavia, presenta numerose falle. Non tutta l’acqua che viene immessa in rete, infatti, arriva agli utenti finali.

illustra3Sebbene l’efficienza dell’infrastruttura della rete idrica costituisca un’esigenza diffusa e ormai improrogabile, le dispersioni continuano a essere persistenti e gravose. Nel 2012, infatti, le dispersioni di rete – calcolate come differenza percentuale tra i volumi immessi ed erogati – ammontano al 37,4% (in aumento rispetto al 2008, quando erano pari al 32,1%). Lo scarto tra i volumi di acqua immessi e quelli effettivamente consumati è dovuto in parte a dispersioni considerate fisiologiche e legate all’estensione della rete, al numero degli allacci, alla loro densità e alla pressione d’esercizio. Le dispersioni derivano inoltre da criticità di vario ordine: rotture nelle condotte, vetustà degli impianti, consumi non autorizzati, errori di misura.

Per minimizzare gli impatti, dovrebbero quindi essere rinforzate le azioni di manutenzione delle reti di distribuzione dell’acqua. Inoltre, è fondamentale la sensibilizzazione riguardo alla riduzione dei consumi idrici, che va di pari passo alla riduzione dei consumi energetici.

Il Centro di Volontariato Internazionale – CeVI svolge da anni attività rivolte ai bambini e ai giovani nelle scuole, per sensibilizzare sulle buone pratiche per il risparmio e la tutela delle risorse idriche e promuovere un cambiamento degli stili di vita per l’acqua bene comune.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...