CAP 4 // Lo sfruttamento degli ecosistemi e delle risorse idriche

pascontentL’Uomo ha sempre modificato il suo ambiente e plasmato il paesaggio per ricavare profitto e mettersi in sicurezza. Lo sfruttamento degli ecosistemi e delle risorse idriche contribuisce al disequilibrio dei cicli dell’acqua.

4.1 – La deforestazione

Le foreste giocano un ruolo fondamentale nell’equilibrio climatico, poiché captano le molecole di CO2 e trattengono le molecole di H2O. In Europa, le foreste coprivano in passato circa l’80% delle nostre terre, mentre oggi la copertura si è ridotta al 34% dei suoli, ad eccezione della Russia.

Secondo Eduardo Rojas-Briales, Vicedirettore generale del dipartimento delle foreste della FAO, «le foreste fanno parte delle infrastrutture naturali di tutti i Paesi e sono essenziali per il ciclo dell’acqua (…). Riducono gli effetti delle alluvioni, prevengono l’erosione del suolo, regolano il livello della falda freatica e assicurano alla popolazione, alle industrie e all’agricoltura la fornitura di acqua di buona qualità”30.

Le foreste sono spazi che partecipano all’equilibrio dei cicli dell’acqua attraverso i processi di trattenimento, infiltrazione dell’acqua ed evapotraspirazione dei vegetali. Distruggendo le foreste, l’Uomo influenza e perturba questo equilibrio e favorisce l’erosione, un processo geomorfologico naturale che provoca la degradazione e la trasformazione del rilievo. Questo fenomeno è accentuato dall’azione umana e modifica gli habitat delle specie animali e vegetali. Peraltro, il denudamento dei suoli favorisce il ruscellamento e quindi diminuisce la riserva idrica nel suolo. Inoltre, quelle che scorrono e si immettono nei fiumi sono acque inquinate, senza un trattamento artificiale o naturale.

Il blocco della deforestazione e la vegetazione dei terreni sfruttati ecc., rappresentano delle poste in gioco importanti per minimizzare gli impatti sulle risorse idriche ed attenuare gli effetti del cambiamento climatico. Per esempio, in Francia sono state realizzate delle foreste di protezione.

Le foreste di protezione sono foreste pubbliche o private, gestite o protette per premunire le generazioni future e gli ecosistemi contro le catastrofi naturali, i rischi naturali, al fine di preservare la sicurezza, la salute e la qualità della vita degli abitanti delle zone altamente urbanizzate, le risorse idriche e il suolo”.

Nelle foreste di protezione è stata introdotta una regolamentazione stringente per conservare l’ambiente naturale (divieto di accesso al pubblico, di pascolo, di dissodamento, di scavo e l’im- pianto di infrastrutture ecc.). Allo stesso modo, in Europa vengono realizzati programmi di rimboschimento, con l’obiettivo di restaurare o creare zone boscate distrutte in passato. Si stima che l’Italia contasse nel 1950 5,5 milioni di di superficie boscata, saliti a 8,7 milioni nel 1985 (anno a cui risale il primo inventario forestale nazionale) e giunti a 10,4 milioni nel 2000, pari al 34,7% della superficie totale del Paese.

4.2 – Modificazione dei corsi d’acqua

Parallelamente alla deforestazione l’Uomo, dalla metà del XX secolo, ha realizzato numerose opere di gestione dei corsi d’acqua. Molte tra queste hanno previsto una modifica del tracciato del letto33 dei corsi d’acqua (canalizzazione) (Fig. 11). Allo stesso modo, l’Uomo ha installato sbarramenti e dighe, “opere d’arte” costruite attraverso i corsi d’acqua per regolare il flusso dei fiumi e/o stoccare l’acqua. Tutte queste operazioni miravano a dominare la capacità idraulica di un settore di un fiume, proteggere le terre coltivabili e gli abitati dalle inondazioni, produrre energia, irrigare, fornire acqua potabile a uomini e bestiame ecc.

La canalizzazione ha un impatto sull’equilibrio dei corsi d’acqua poiché non solo modifica gli habitat della fauna e della flora, ma porta squilibri anche al regime idrologico naturale:

o i picchi di piena e di magra di alcune parti del bacino vengono aumentati;

o pendenza e velocità di ruscellamento sono modificati;.

o vengono soppressi i meandri del fiume e dunque la presenza di rifugi dove il flusso sia meno forte, che costituiscono luoghi di riposo e riproduzione per i pesci;

o il corso d’acqua è isolato dal suo ambiente, e ciò provoca la sparizione di zone umide ai bordi del letto del fiume e la conseguente distruzione della biodiversità in queste zone;

o il corso d’acqua non è più connesso neppure con le acque sotterranee e non si ricarica di minerali;

o viene limitata l’ossigenazione dell’acqua (fondamentale nel processo di

depurazione naturale) perché la superficie di contatto tra aria e acqua è ridotta.

La canalizzazione impatta quindi anche la qualità intrinseca dell’acqua.

Così, favorendo l’accelerazione dello scorrimento o al contrario il suo rallentamento, sopprimendo le specie vegetali dagli argini, l’Uomo porta uno squilibrio nei cicli idrici.

Oggi, numerose azioni vengono realizzate in Europa per ricostituire il regime idrologico naturale dei corsi d’acqua, e dunque la loro dinamica. Queste operazioni sono molto delicate, poiché l’esperienza è ancora scarsa e servono anni per avere una verifica dell’efficacia degli interventi, dato che i processi idromorfologici procedono a scale temporali importanti.

4.3 – L’urbanizzazione

L’urbanizzazione sta divenendo un fenomeno sempre più preoccupante. Il consumo di suolo in Italia continua a crescere in modo significativo, pur segnan- do un rallentamento negli ultimi anni: tra il 2008 e il 2013 il fenomeno ha riguardato mediamente 55 al giorno, pari a 6-7 m² persi irrimediabilmente ogni secondo. Questo consumo di suolo continua a coprire aree naturali ed agricole con asfalto e cemento, edifici, capannoni, servizi, strade, con conseguente impermeabilizzazione dei suoli, canalizzazione e arginatura dei fiumi.schermata-2016-11-16-alle-23-58-07

L’impermeabilizzazione dei suoli contribuisce al ruscellamento dell’acqua a scapito della sua infiltrazione.

L’acqua che scorre nelle zone urbane è spesso carica di sostanze inquinanti (idro- carburi, metalli pesanti ecc.) e contamina così i corsi d’acqua. Infatti, in certe città le reti fognarie convo- gliano l’acqua direttamente nei fiumi. In Europa, più di 20 km3 di acqua piovana sono evacuati in questo modo ogni anno, pari a 1.000 km³ di acqua in 50 anni (corrispondenti a 1,1 volte l’acqua contenuta nel lago Titicaca). In passato, quest’acqua saturava l’ecosistema, riempiva le falde e raffreddava l’atmosfera. Le città divengono molto rapidamente isole di calore che trasformano l’energia che arriva al suolo in calore sensibile.

 isola-calore-romaLe isole di calore (qui a sinistra quella di Roma) sono microclimi artificiali caratterizzati da elevate temperature localizzate. Eliminando la vegetazione e favorendo il ruscellamento dell’acqua, l’urbanizzazione (impermeabilizzazione dei suoli, artifi- cializzazione del paesaggio) contribuisce quindi ai disequilibri dei cicli dell’acqua. Oggi esistono numerose soluzioni per minimizzare gli impatti dell’impermeabilizzazione dei suoli. La soluzione più semplice è quella di controllare la pianificazione dei territori attraverso una politica di gestione delle acque piovane integrata ai piani di urbanizzazione. L’Unione Europea ha tentato di instaurare una direttiva quadro dei suoli. Questo tentativo è però fallito a causa dell’opposizione di alcuni Stati.

schermata-2016-11-16-alle-23-59-56Diverse le tecniche che favoriscono gli spazi verdi: la copertura vegetale dei tetti, l’impianto di fosse livellari (o swales, Fig. 14)41, di eco-quartieri (Fig. 15), di pozzi di assorbimento, di trincee drenanti o ancora di bacini di infiltrazione ecc. sono soluzioni che permettono di minimizzare gli impatti dell’urbanizzazione sulle risorse idriche. Va notato che tutte queste tecniche per trattenere l’acqua sui territori sono soluzioni costose sia per la loro installazione che per la loro manutenzione. Necessitano quindi di un appoggio politico e finanziario forte.

 

 

4.4 – L’agricoltura intensiva

L’agricoltura mondiale è il primo settore di impiego: il 40% della popolazione attiva dipende dall’agricoltura. Nel contempo, è uno dei settori meno sostenibili: si considera che sia responsabile del 20% delle emissioni di gas serra. Ma questo non è l’unico problema posto dall’agricoltura. La modernizzazione delle pratiche agricole (con la tecnica) ha permesso di aumentare considerevolmente i rendimenti agricoli. L’agricoltura intensiva che ne deriva minaccia particolarmente gli equilibri naturali. Infatti, l’agricoltura intensiva consiste nel creare grandi superfici coltivabili che sono sfruttate a partire da modelli produttivistici. È stato stimato che la produzione agricola si sia moltiplicata per 6 tra il 1900 e il 1975. Riunendo i campi per creare grandi superfici coltivabili ad alto rendimento dove poteva essere introdotta la tecnologia, l’Uomo ha soppresso gran parte delle strisce erbose e delle siepi che separavano in precedenza le diverse colture. Così, ha eliminato le riserve d’acqua vegetali naturali, favorito il ruscellamento e disseccato i suoli.peur

Per aumentare i rendimenti e allungare la durata della stagione agricola, l’Uomo utilizza tecniche di irrigazione in aggiunta all’acqua piovana. Si tratta di una operazione che consiste nell’apportare artificialmente acqua alle piante coltivate per aumentare la produzione e permetterne la crescita anche in caso di un deficit pluviometrico, di drenaggio eccessivo ecc. Esistono diverse tecniche di irrigazione che sfruttano le acque di superficie o quelle sotterranee. L’Italia è, dopo la Spagna, il Paese europeo che ricorre maggior- mente all’irrigazione. Nel 2009/2010 il volume di acqua irrigua utilizzato è stato pari a 11.618 milioni di m³, per 2.489.914 ha di terreno, ovvero mediamente 4.666 m³ di acqua per ora. L’agricoltura assorbe circa il 60% della domanda d’acqua a livello nazionale.

La rarefazione dell’acqua, nel periodo estivo, e la parallela intensificazione degli usi, hanno portato al prelievo dalla falda, un’acqua il cui rinnovamento è più lento. L’uso di acqua sotterranea consumata per l’irrigazione nel mondo è triplicato dagli anni ’60. Certe tecniche di irrigazione, quindi, non sono sostenibili e pongono oggi problematiche importanti sia per quanto riguarda il prelievo di risorsa che per la sua non restituzione all’ambiente naturale. Infatti, questo consumo di acqua partecipa al processo di erosione e salinizzazione dei suoli. Tanto più che si stima che dal 30 al 60% delle tecniche irrigue standard non avvantaggiano le colture e portano all’evaporazione diretta dell’acqua. L’agricoltura intensiva comporta quindi numerosi problemi per le risorse idriche, che vengono impattate sia in termini quantitativi che qualitativi.L’agricoltura inquina l’acqua perché apporta concimi e pesticidi (insetticidi, fungicidi, erbicidi). Si utilizzano in media 180 milioni di tonnellate di prodotti chimici all’anno nel mondo. I tre maggiori utilizzatori di prodotti chimici per l’agricoltura sono gli Stati Uniti, il Brasile e la Francia.

Secondo il Rapporto nazionale sui pesticidi nelle acque redatto dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) 2011/2012, nelle acque superficiali italiane sono stati rinvenuti pesticidi nel 56,9% dei 1355 punti di controllo, con concentrazioni superiori ai limiti di legge in 253 casi. Nelle acque sotterranee sono risultati contaminati il 31% dei 2145 punti. Le concentrazioni misurate sono spesso basse, ma il risultato complessivo indica un’ampia diffusione della contaminazione. I livelli sono generalmente ancora inferiori nelle acque sotterranee, tuttavia residui di pesticidi risultano presenti anche in falde profonde, naturalmente protette da strati di roccia poco permeabili.

Le persone più esposte a queste sostanze (gli operai che le producono e gli agricoltori) soffrono e muoiono di avvelenamento per malattie legate all’esposizione. Insomma, l’agricoltura intensiva impoverisce e causa la desertificazione dei suoli con tecniche di sfruttamento intensive, inquina con la moltitudine di sostanze chimiche utilizzate, preleva e consuma quantità molto grandi d’acqua perturbando il ciclo idrico, nuoce ai produttori e ai consumatori! Per comprendere meglio questo sovraconsumo di acqua attraverso gli usi agricoli, possiamo utilizzare un indice chiamato Impronta Idrica (Water Footprint). L’Impronta Idrica mette in evidenza il volume d’acqua necessario per produrre un bene o un servizio. La rivista Ecological Indicators ha recentemente dimostrato che i prodotti alimentari rappresentano l’84% dell’Impronta Idrica in Europa.

Questo indicatore ci fa capire che è necessario adattare le nostre colture al clima del nostro bacino, ma anche ripensare le nostre abitudini alimentari. Infatti, diminuire il nostro consumo di carne, di zucchero e di grassi animali ci permetterebbe di ridurre l’Impronta al 23% (oltre a risolvere molti problemi di salute pubblica come l’obesità, il colesterolo, il diabete).

Per minimizzare gli impatti sulle risorse idriche, trattenendo l’acqua sulle superfici, possono essere utilizzate diverse tecniche. Per esempio, è possibile reimpiantare le siepi o gli alberi sui nostri campi. Altre tecniche come il reimpianto di strisce erbose, la rotazione delle colture, l’uso di tecniche di irrigazione sostenibili (come quella detta goccia a goccia), l’agricoltura biologica ecc. permettono di ridurre le perdite d’acqua e di diminuirne il consumo.

schermata-2016-11-17-alle-00-05-13L’acqua infatti può essere anche risparmiata, se decidiamo di coltivare solamente sementi/colture adattate al nostro clima. Certe monocolture, a cui è stato dato impulso in Europa dalla Politica Agricola Comune (PAC), richiedono molta acqua a causa del loro non adattamento al clima europeo. Per esempio, il mais – ampiamente coltivato nel nostro continente – ha origine da una pianta tropicale, cioè una pianta non adattata al nostro clima. Questo cereale richiede molta acqua e necessita di irrigazione regolare durante l’estate. Si stima che siano necessari circa 900 litri d’acqua per produrre 1 kg di mais.

 

4.5 – L’impatto degli allevamenti

 

L’impatto ambientale causato dall’allevamento è altissimo, indipendentemente dal settore: produzione di carne, di uova o di latte. Per allevare gli animali e soprattutto per coltivare il mangime, vengono utilizzati milioni di ettari di terreno. L’allevamento di bovini è quello con il maggior impatto. Un esempio per illustrare la situazione attuale: la porzione della dieta degli statunitensi basata sugli animali occupa circa 3,7 milioni di km² per la coltivazione del foraggio ed il terreno da pascolo, equivalente a circa il 40% di tutto il territorio della nazione, ovvero a 12.000 m2 per persona. L’acqua necessaria è 45 miliardi di m3 e i fertilizzanti usati sono la metà di quelli totali. Uno dei problemi degli animali d’allevamento, dal punto di vista ambientale è che consumano molte più calorie, ricavate dai vegetali, di quante ne producano sottoforma di carne, latte e uova.

barillaIl rapporto di conversione da mangimi animali a cibo per gli umani varia da una specie all’altra, ma è in media molto alto, 1 a 15: per un chilo di proteine animali occorre un volume d’acqua 15 volte maggiore di quello necessario alla produzione della stessa quantità di proteine vegetali. Per produrre proteine animali vengono quindi consumate molte più risorse (acqua, terreno e fertilizzanti) rispetto a quelle necessarie per la produzione di vegetali. Secondo le statistiche della FAO (FAOS- TAT, 2006), metà dei cereali ed il 90% della soia prodotti nel mondo sono usati come mangimi negli allevamenti. Per la maggior parte, provengono da monocolture inten- sive e vengono trattati con fertilizzanti chimici e pesticidi, dannosi per il suolo e le riserve idriche. Insieme alla degradazione del suolo, il consumo d’acqua è una delle maggiori cause di impatto ambientale dell’alleva- mento di bestiame. La richiesta d’acqua diretta per il bestiame corrisponde all’1,3% dell’acqua usata in totale in agricoltura. Considerando l’acqua necessaria per la coltivazione dei cereali e del foraggio per uso animale, la quantità d’acqua comples- siva è enormemente più elevata.

In Italia, sommando l’impatto diretto e indiretto, servono in media 21.000 litri di acqua per produrre 1 kg di carne bovina (Water Resour Manage, 2007). Quando gli animali vengono allevati coi metodi tradizionali, le loro deiezioni contribuiscono a mantenere la fertilità del terreno. Tuttavia, le deiezioni dei molto più diffusi allevamenti intensivi non riescono ad essere smaltite correttamente. Filtrando nei corsi d’acqua, la inquinano con azoto e fosforo. Queste infiltrazioni danneggiano gli ecosistemi acquatici, diffondendo batteri infettivi che giungono sino alle falde acquifere utilizzate per l’acqua potabile. Inoltre gli animali da allevamento emettono gas serra, come sottoprodotto della digestione. Principalmente i bovini emettono una quantità significativa di metano nell’aria. Oltretutto, l’alto contenuto di ammoniaca delle deiezioni animali è una delle cause delle piogge acide. l Barilla Center for Food & Nutrition ha elaborato una doppia piramide: Alimentare – Ambientale; che mette in relazione l’aspetto nutrizionale con l’impatto ambientale, e ribadisce la grande quantità di acqua necessaria a realizzare alimenti di origine animale54.

La domanda dei prodotti d’allevamento è in costante aumento e per la maggior parte verrà soddisfatta dall’uso di sistemi d’allevamento intensivo. La sensibilizzazione dei consumatori ad un acquisto consapevole può determinare un’inversione di marcia verso consumi più sostenibili, sia in termini di benessere animale che di impatto ambientale.

4.6 – Gli usi dell’acqua per l’industria

Le industrie rappresentano l’insieme delle attività socio-economiche rivolte alla produzione in serie di beni e/o alla produzione di energia. Esse sono state storicamente localizzate vicino all’acqua, che era usata come fonte di energia. Oggi, le industrie continuano ad utilizzare massicciamente questa risorsa per produrre energia, lavare oggetti, riscaldare o raffreddare, o ancora per realizzare reazioni chimiche in ambiente acquoso ecc. Si stima oggi che le industrie rappresentino il 20% del consumo totale mondiale di acqua. Questa cifra varia in funzione dei paesi e del settore di attività.

 

4.6.1 – L’acqua nella produzione di beni e servizi

Le industrie hanno bisogno di acqua nei loro processi produttivi. Questa può essere acqua potabile (per il settore agroalimentare), acqua molto pura (nei settori dell’elettronica, medicale e biologi- co), ma è possibile anche l’utilizzo di acque reflue. In Italia, il settore energetico ed industriale assorbono circa il 25% della domanda.

Secondo il Centro Nazionale per le Ricerche francese, “le industrie che richiedono più acqua sono quelle della trasfomazione. In Francia, i quattro settori di attività maggioritari sono la chimica di base e la produzione di fibre e filati sintetici, l’industria della carta e del cartone, la parachimica e l’industria farmaceutica, che totalizzano da sole i due terzi di tutti i consumi industriali”. schermata-2016-11-17-alle-00-09-05

4.6.2 – L’acqua nella produzione di energia 

L’acqua è ampiamente usata nella produzione di energia, nelle centrali nucleari, idroe- lettriche, a carbone. L’Uomo ha sempre più bisogno di energia per rispondere ai propri bisog- ni. I principali prelievi sono co- munque legati al settore idroe- lettrico, che a differenza di altri usi non consuma l’acqua. Infat- ti, l’acqua prelevata viene poi rigettata nell’ambiente.

In generale, i prelievi di risorsa per la produzione energetica influiscono sulla qualità dell’acqua (cambiamenti di temperatura, inquinamento ecc.). L’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) stima che i prelievi di acqua destinati alla produzione energetica nel mondo siano stati di 583 km3 nel 2010. Negli scenari dell’AIE, si stima che nel 2035 i prelievi d’acqua per produrre energia aumente- ranno del 20% e che il consumo nel settore energetico vedrà un aumento dell’85%. Questo uso eccessivo di acqua da parte del settore pone non solo problemi quantitativi, ma anche qualitativi, poiché si stima che da 15 a 18 km3 di acqua dolce siano contaminati ogni anno dall’estrazione di combustibili fossili.Un soluzione fattibile e sostenibile per minimizzare gli impatti sulle risorse idriche è certamente il risparmio di energia. Controllando i nostri consumi di energia nel quotidiano possiamo risparmiare anche risorse idriche e contribuiamo agli equilibri del clima.

L’uso di energie rinnovabili (solare, eolica ecc.) è un’altra soluzione che dovrebbe essere incoraggiata dai nostri decisori poli- tici. Come sottolinea la Fondazione France Liberté:

Un altro modo di utilizzare meglio le risorse idriche è dare loro una visibi- lità. L’istituzione di una impronta idrica (“Water Footprint”) per i beni di consu- mo prodotti dall’industria sarebbe un mezzo efficace di sensibilizzare i consumatori e di responsabilizzare le imprese rispetto al sovrasfruttamento delle risorse idriche nel mondo”.

Ci sembra ugualmente necessario interrogarci sui nostri modi di consumo, che dipendono ancora oggi principalmente da beni secondari.

4.7 – Gli usi domestici dell’acqua

Chiamiamo usi domestici dell’acqua i prelievi e lo scarico di risorse idriche destinate ai bisogni diretti dell’Uomo. Si tratta di cure igieniche, bisogni a fini alimentari, lavaggio ecc. I cambiamenti economici e sociali, la modernizzazione, l’urbanizzazione e l’arrivo dell’acqua negli alloggi hanno totalmente modificato i nostri usi domestici dell’acqua. Alla fine del XVIII secolo, si stimava che una persona utilizzasse per l’insieme dei propri bisogni tra 15 e 20 litri d’acqua al giorno. Nel 2012 in Italia l’erogazione giornaliera pro capite di acqua per uso potabile è stata invece di 241 litri (comprendenti anche gli usi non fatturati e gli usi pubblici, come la pulizia delle strade, l’acqua nelle scuole e negli ospedali, l’innaffiamento di verde pubblico, i fontanili). Questo consumo varia in funzione della composizione del nucleo familiare e del reddito di ciascuno. Nel 2012 il prelievo nazionale di acqua a uso potabile ammonta a 9,5 miliardi di metri cubi, di cui l’84,8% proviene da acque sotterranee, il 15,1% da acque superficiali e il restante 0,1% da acque marine o salmastre. L’accesso all’acqua e ai servizi igienici è molto sviluppato in Europa. Nel 2012 il 99,7% dei comuni italiani era servito dalla rete di distribuzione dell’acqua potabile, che copre interamente o in parte i bisogni idrici della popolazione. I comuni totalmente sprovvisti della rete di distribuzione sono solo 25, vi risiedono 114.561 persone, pari allo 0,2% della popolazione totale. In questi comuni, che si trovano in Lombardia (12), Veneto (8) e Friuli-Venezia Giulia (5), la popolazione ha frequentemente forme autonome di autoapprovvigionamento (ad esempio pozzi privati). I comuni in cui è presente la rete fognaria pubblica, che serve interamente o in parte la popolazione presente, sono il 99,5% del totale. I 43 comuni sprovvisti si trovano in Sicilia (26), Puglia (5), Campania (4), Veneto (4) e Friuli Venezia Giulia (4), vi risiedono poco meno di 500 mila persone (0,8% della popolazione totale). Si tratta frequentemente di situazioni in cui la rete fognaria esiste, ma non è stata an- cora messa in esercizio. In questi casi ogni edificio è dotato di sistemi autonomi di smaltimento dei reflui (ad esempio, pozzi a tenuta, pozzi perdenti, fosse settiche).

Il sistema di distribuzione, tuttavia, presenta numerose falle. Non tutta l’acqua che viene immessa in rete, infatti, arriva agli utenti finali.

illustra3Sebbene l’efficienza dell’infrastruttura della rete idrica costituisca un’esigenza diffusa e ormai improrogabile, le dispersioni continuano a essere persistenti e gravose. Nel 2012, infatti, le dispersioni di rete – calcolate come differenza percentuale tra i volumi immessi ed erogati – ammontano al 37,4% (in aumento rispetto al 2008, quando erano pari al 32,1%). Lo scarto tra i volumi di acqua immessi e quelli effettivamente consumati è dovuto in parte a dispersioni considerate fisiologiche e legate all’estensione della rete, al numero degli allacci, alla loro densità e alla pressione d’esercizio. Le dispersioni derivano inoltre da criticità di vario ordine: rotture nelle condotte, vetustà degli impianti, consumi non autorizzati, errori di misura.

Per minimizzare gli impatti, dovrebbero quindi essere rinforzate le azioni di manutenzione delle reti di distribuzione dell’acqua. Inoltre, è fondamentale la sensibilizzazione riguardo alla riduzione dei consumi idrici, che va di pari passo alla riduzione dei consumi energetici.

Il Centro di Volontariato Internazionale – CeVI svolge da anni attività rivolte ai bambini e ai giovani nelle scuole, per sensibilizzare sulle buone pratiche per il risparmio e la tutela delle risorse idriche e promuovere un cambiamento degli stili di vita per l’acqua bene comune.

 

Annunci

CAP. 3 // Il ruolo dell’acqua nel nostro ambiente

I grandi principi dell’Acqua

3.1.1 Gli stati dell’acqua

Ricordiamo innanzitutto che l’acqua è una molecola composta da un atomo di ossigeno e da due atomi di idrogeno (H2O). L’acqua ha la più alta capacità di assorbimento di energia termica di tutti i materiali conosciuti. Assorbe e libera questa energia trasformandosi in diversi stati: solido (ghiacciai), liquido (laghi, fiumi, oceani), gassoso (vapore acqueo). Le temperature e la pressione atmosferica permettono questo passaggio da uno stato all’altro.

3.1.2 – La distribuzione della risorsa sulla Terra

La Terra contiene circa 1.386 milio- ni di km3 di acqua e ne è ricoperta per circa il 70%. L’acqua si ripartisce in quattro grandi serbatoi (Fig. 5):

o gli oceani contenenti acqua salata, stoccano il 97% della risorsa.

o Le acque continentali sono contenute nelle falde freatiche, nei laghi, fiumi, ghiacciai e rappresentano circa il 2,99% dell’acqua stoccata sulla Terra (il 2% è conservata nei ghiacciai).

o L’atmosfera trattiene circa lo 0.001% della nostra acqua.

o La biosfera (vegetali, animali…) stocca lo 0.0004 % della nostra acqua.

3.1.3 – L’accesso alla risorsa

L’acqua è una risorsa abbondante, ma ripartita in maniera ineguale sulla Terra (Fig. 6). Con il cambiamento climatico, la distribuzione dell’acqua nei grandi serbatoi tende ad evolvere. Queste evoluzioni impattano principalmente l’acqua dolce, che è ripartita in modo ineguale sia dal punto di vista geografico che sociale. La maggior parte dell’acqua dolce è concentrata nell’Antartico e in Groenlandia. Questa è però difficilmente sfruttabile con le conoscenze scientifiche e tecniche attuali.

La mappa sottostante mette in evidenza che l’accesso all’acqua dolce è molto diverso a seconda del territorio che consideriamo. La mappa si basa sull’indice di stress idrico sviluppato da Falkenmark et al. nel 1989. Questo indicatore viene calcolato a

partire da una stima della quantità media di risorse idriche rinnovabili (di superficie e sotterranee) per abitante e per anno, comparata al bisogno individuale d’acqua calcolato considerando come riferimento un paese sviluppato, con clima semi-arido. La soglia di allerta individuata dalle Nazioni Unite corrisponde a meno di 1.700 m³ di acqua dolce disponibile per abitante annualmente. Così, possiamo constatare che certi paesi affrontano situazioni di penuria o stress idrico, mentre altri sono caratterizzati da abbondanza. Questo indicatore mostra sia l’ineguale distribuzione naturale della risorsa che la disponibilità sociale legata ai nostri usi, alla crescita demografica e anche alle capacità tecnologiche e finanziarie di sfruttamento della risorsa di cui si dispone. L’accesso all’acqua è quindi anche una posta in gioco economica.

Le acque sotterranee e di superficie non rappresentano che l’1% degli stock sfruttabili. Le acque superficiali sono le più facilmente sfruttabili perché sono rapidamente rinnovate, mentre quelle sotterranee sono di difficile accesso e necessitano di tecniche di estrazione molto costose e inquinanti. Ciononostante, oggi ricaviamo le nostre acque essenzialmente negli acquiferi22. Infatti, le acque di superficie sono spesso di minore qualità e questo necessita l’applicazione di tecniche di depurazione costose. Sfortunatamente, sovrasfruttiamo spesso le falde, che si rinnovano però molto lentamente. Gli esperti stimano che da qui a 30-40 anni le grandi falde negli Stati Uniti, in Cina, in Arabia Saudita, in India e in Iran si svuoteranno, se non si interverrà.

L’Italia è considerato uno dei paesi più ricchi d’acqua al mondo: disporrebbe infatti di 155 miliardi di m³ di acqua, ma negli ultimi 20 anni la situazione meteoclimatica ha portato ad una riduzione delle precipitazioni. Il Nord e il Sud del Paese differiscono per condizioni climatiche, che a loro volta condizionano la disponibilità idrica. Il 53% delle risorse superficiali utilizzabili è al Nord, il 19% al centro e il 21% al Sud, mentre le isole maggiori (Sicilia e Sardegna) contano solo il 7% delle risorse utilizzabili totali. Le risorse sotterranee sono invece localizzate prevalentemente (70%) nelle grandi pianure alluvionali del Nord Italia.

Il problema dell’accesso all’acqua per tutti non si pone in termini solo di quantità, ma anche di qualità, e per questo il solo indicatore di stress idrico non è sufficiente a giudicare la situazione di un Paese. Infatti, non basta avere acqua nelle riserve, ma essa deve essere anche acqua di qualità. Infine, l’accesso all’acqua potabile pone anche la questione dei rapporti tra i paesi per la condivisione e la tutela della risorsa. Come afferma A. Frérot:

“In realtà, l’acqua è una grande mutua: tutti gli abitanti di un bacino idrologico sono interdipendenti, per il miglior uso dell’acqua o per quello peggiore”.

L’acqua è una risorsa che non appartiene a nessuno e che attraversa le frontiere; il suo uso in un Paese influisce sulla sua disponibilità e la sua qualità in un altro. La rarefazione futura della risorsa è fonte di inquietudini importanti a livello internazionale rispetto all’insorgere di conflitti. Bisogna considerare infatti che oltre 270 bacini fluviali sono transfrontalieri e che non meno del 40% della popolazione mondiale vive in questi bacini. Un esempio di bacino transfrontaliero è quello del Nilo, il più lungo fiume al mondo, che scorre attraverso dieci Paesi. L’Egitto, che dipende completamente dal Nilo per le proprie risorse idriche, deve quindi negoziare con altri Paesi del bacino, come il Sudan e l’Etiopia.

È per questo che sentiamo usare spesso termini come “guerra dell’acqua” o “oro blu”. Esistono già dei conflitti legati all’acqua all’interno di paesi tra popolazioni locali o tra diversi Paesi, come nel Nord e nel Sud dell’Africa, in Medio Oriente, in America centrale, in Canada o nell’Ovest degli Stati Uniti. In realtà, i conflitti legati all’acqua risalgono indietro nella storia. Se è necessario trovare un accordo comune su questa risorsa, l’acqua può però a volte essere anche un formidabile vettore di intesa e cooperazione. Per esempio, nonostante le guerre per il controllo sul Kashmir tra India e Pakistan, la cooperazione riguardante l’Indo non è mai cessata. Se esistono accordi sulla distribuzione della risorsa, la sfida di domani con il cambiamento climatico è di trovare una intesa concernente la sua conservazione. Esiste infatti poco accordo attualmente per arrivare insieme a ridurre l’inquinamento o instaurare una buona gestione.

3.1.4 – Disponibilità della risorsa

Per comprendere la distribuzione e l’accesso all’acqua nei nostri continenti, utilizziamo l’unità di base del bacino versante. Esso è definito come “la superficie topografica dove le precipitazioni scorrono verso un sfogo comune. (…) Si distinguono generalmente i bacini endoreici, senza scorrimento verso il mare, che coprono l’11% delle terre emerse, dai bacini esoreici. La forma del bacino versante, la sua posizione rispetto ai flussi delle precipitazioni, la sua copertura vegetale e la sua geologia, che determina la presenza di falde freatiche, sono altrettanti elementi determinanti per conoscere le risorse idriche disponibili”.

Ciascun bacino versante segue un regime idrologico particolare che è determinato dalle precipitazioni e dalla morfologia del bacino stesso. La caratterizzazione del regime idrologico si basa su osservazioni di lungo periodo e in diversi punti del bacino. Il regime idrologico è generalmente rappresentato dai flussi mensili medi su un anno (Fig. 7). I regimi idrologici sono diversi a seconda dei bacini versanti e sono la risultante di fenomeni stagionali caratterizzati dai domini bioclimatici. Per esempio, il territorio del Friuli Venezia Giulia presenta, sotto il profilo climatico, comportamenti piuttosto diversificati che si ripercuotono sul regime pluviometrico dell’intera regione. Il clima temperato marittimo in pianura e nella fascia collinare è caratterizzato da temperature medie poco elevate, escursioni annue piuttosto accentuate e precipitazioni abbondanti e ben distribuite. La zona montana e quella pedemontana presentano invece un clima che, risentendo delle variazioni altitudinali, dà luogo a fluttuazioni anche notevoli. Il Tagliamento è di conseguenza un fiume a regime pluvinivale piuttosto marcato, le cui portate massime si concentrano in primavera in seguito allo scioglimento delle nevi, e in autunno in concomitanza con il periodo piovoso. Oggi, è appurato che i regimi idrologici dei fiumi sono sempre più variabili. Questa variabilità è legata al disequilibrio dei fenomeni stagionali, attribuito al cambiamento climatico antropico (es.: ritardi nelle piogge, scioglimento precoce dei ghiacciai ecc.).

3.2 – Uno sguardo riguardo i cicli dell’acqua

Questa sezione si basa principalmente sull’opera Water for the Recovery of the Climate – A New Water Paradigm, curata dall’idrologo slovacco M. Kravcik. Questa analisi mostra che le attività umane hanno una forte influenza sui cicli dell’acqua.

È il nuovo paradigma dell’acqua. Questo approccio è innovatore nel senso in cui la gestione delle risorse idriche da parte dell’Uomo è presentata come una delle cause del cambiamento climatico.

Il nuovo paradigma apre delle nuove prospettive quanto ai mezzi con cui agire per l’attenuazione e l’adattamento al cambiamento climatico. Le cifre e le teorie che proporremo in questa seconda parte sono ricavate in prevalenza da questo studio.

 

3.2.1 – Il grande ciclo dell’acqua

 

L’acqua è una risorsa che segue a scala globale un movimento perpetuo che chiamiamo grande ciclo dell’acqua (Fig. 8). Per comprendere le tappe di questo ciclo, è necessario analizzare i movimenti dell’acqua e il tempo di stoccaggio (o tempo di residenza) delle acque nei grandi serbatoi.

o Utilizzando l’energia solare che giunge al suolo, una parte dell’acqua marina e di quella presente sui continenti si trasforma in vapore e forma le nuvole: è il fenomeno di evaporazione dell’acqua. L’evaporazione si misura con la differenza tra quantità di precipitazioni e scorrimento dell’acqua in un dato spazio. Circa 550.000 km3 di acqua evaporano ogni anno, ovvero l’equivalente dell’acqua contenuta nel Mar Nero. L’86% dell’acqua evapora dagli oceani. Il vapore acqueo è il gas serra più diffuso nell’atmosfera: il suo tasso oscilla tra l’1 e il 4%.

o Il vapore acqueo si condensa ad alte quote e forma le nubi. Queste nubi si raggruppano per l’azione del vento. Successiva- mente, l’acqua in forma gassosa libera la sua energia termica e ricade sotto forma di precipitazioni. Questo passaggio dallo stato gassoso a quello liquido è detto condensazione. Le nuvole pos- sono scaricarsi al suolo come pioggia, grandine o neve. Il 73% dell’acqua evaporata ricade sui continenti.Immense masse d’acqua sono trasferite da un serbatoio all’altro a scala planetaria. Questo trasferimento mostra che l’acqua è una risorsa animata dall’energia termica e dai venti. L’acqua segue quindi un movimento perpetuo naturale. Nei suoi diversi stati e ripartita nei grandi serbatoi, c’è altrettanta acqua sulla Terra oggi che al momento della sua apparizione. L’acqua è dunque una risorsa inesauribile. Questo movimento perpetuo mette quindi in evidenza il carattere rinnovabile dell’acqua.

Il tempo di permanenza: le risorse idriche sono difficilmente rinnovabili

La molecola d’acqua impiega un tempo maggiore o minore a reintegrare il grande ciclo, in base al cammino che intraprende una volta precipitata.

o Si stima che il 60% dell’acqua precipitata sulla terra ritorni rapidamente in atmosfera. Questo fenomeno è legato all’evaporazione a livello di fiumi e laghi e alla traspirazione di vegetali e animali. Parliamo in quest’ultimo caso di evapotraspirazione.

o Un’altra parte di quest’acqua scorre fino a raggiungere i corsi d’acqua, le falde freatiche e gli oceani. È il cosiddetto ruscellamento. Si stima che il 40% dell’acqua precipitata raggiunga i fiumi e che solo una parte molto ridotta di quest’acqua si infiltri e vada a riempire le falde. Questa è l’ infiltrazione.

L’acqua contenuta nelle falde scorre poi molto lentamente verso mari e oceani. L’acqua viene trattenuta per tempi più o meno lunghi in un serbatoio. Non circola quindi continuamente e automaticamente da una riserva all’altra. Per esempio, i suoi tempi di residenza possono variare da qualche migliaio di anni (in oceani, ghiacciai ecc.) a qualche ora (nelle cellule viventi) (Tab. 2). La rapidità del rinnovamento dell’acqua dipende dal tipo di serbatoio che trattiene la risorsa. Il carattere rinnovabile dell’acqua non è quindi istantaneo. La molecola d’acqua impiega solo 16 giorni a rinnovarsi

in un fiume, mentre sono necessari fino a 1.400 anni perché si rinnovi nelle falde. L’Uomo attinge sempre più all’acqua di falda per i suoi usi. Tenendo presente il suo tempo di rinnovamento, comprendiamo che l’acqua dolce contenuta in questo tipo di riserva si presenta quindi come una posta in gioco futura, molto importante per le nostre popolazioni.

3.2.2 – I piccoli cicli locali dell’acqua

Il piccolo ciclo locale dell’acqua si realizza come il grande, ma a scala di bacino versante (Fig. 9). La quantità d’acqua evaporata su un bacino torna nello stesso sotto forma di precipitazione. I processi di evaporazione, precipitazione e infiltrazione legati a questo ciclo dipendono dalle caratteristiche ambientali del bacino versante. Il regime idrologico associato al bacino versante traduce una parte della dinamica del piccolo ciclo dell’acqua, poiché rappresenta la quantità d’acqua che transita nei fiumi

in un anno. I piccoli cicli dell’acqua partecipano alla formazione dei microclimi. I ricercatori slovacchi che hanno contribuito all’opera Water for the Recovery of the Climate – a New Water Paradigm, stimano che le precipitazioni sui nostri bacini a regime idrologico non perturbato siano per il 50-65% attribuibili ai piccoli cicli locali. Questi cicli giocano quindi un ruolo fonda- mentale nel funzionamento di ecosistemi come le foreste e le zone umide.

I prelievi massicci o l’accelerazione dello scorrimento verso il mare o l’oceano (dovuta all’urbanizzazione) tende a squilibrare questi cicli e quindi anche i cicli locali. Se il ruscellamento dell’acqua è favorito su un bacino, ciò va a scapito dell’evaporazione. Di conseguenza, il volume d’acqua contenuto nel piccolo ciclo locale diminuisce gradualmente.

 

3.2.3 – Il ruolo della vegetazione

 

La vegetazione gioca un ruolo fondamentale nei processi di evaporazione. Le piante favoriscono l’infiltrazione di acqua nel terreno grazie alle loro radici (il cosiddetto assorbimento radicale). Le stesse piante hanno anche la capacità di assorbire acqua perché ne hanno bisogno per svilupparsi. Questo fenomeno è detto captazione. L’acqua assorbita dalla pianta le permette di mantenere una temperatura costante: è il fenomeno della termoregolazione. Le piante quindi “sudano” attraverso i pori sulla superficie delle loro foglie. Questo fenomeno di evapotraspirazione è stimato, in zone temperate, su una superficie vegetata, a circa 3 litri di acqua al giorno per m². La vegetazione gioca quindi un ruolo importante nei cicli dell’acqua, poiché ha la capacità di trattenere l’acqua, di farla infiltrare nel terreno (permettendo così un processo di disinquinamento attraverso una filtrazione lenta) e di restituirla per mezzo dell’evapotraspirazione. La vegetazione facilita gli scambi d’acqua e contribuisce favorevolmente ai cicli idrici. Più un suolo è vegetato, più l’energia solare è trasformata in calore latente (calore utilizzato per l’evaporazione dell’acqua senza un riscaldamento della superficie). Al contrario, meno un suolo è coperto da vegetazione, più l’energia solare è trasformata in calore sensibile (che corrisponde ad un riscaldamento dell’ambiente). L’umidità trattenuta dai suoli e dai vegetali rinfresca quindi l’aria e tempera le temperature estreme: un suolo secco trasforma fino al 60% dell’irraggiamento solare in calore sensibile, mentre in una zona satura d’acqua fino all’80% dell’irraggiamento può essere trasformato in calore latente e solo una piccola parte dell’irraggiamento diviene calore sensibile (Fig. 10).

Oltre a trattenere e favorire l’infiltrazione di acqua nei suoli, la copertura vegetale tempera gli effetti termici e quindi il riscaldamento del Pianeta.Se un suolo è coperto da una vegetazione importante, trattiene più facilmente la pioggia poiché le piante assorbono e lasciano infiltrare l’acqua. In un bacino di questo tipo, i fenomeni di evaporazione ed evapotraspirazione dell’acqua con il calore del sole sono privilegiati.

La temperatura è regolata poiché l’energia solare consuma l’acqua trattenuta dai vegetali che non creano solamente ombra, ma trasformano anche l’energia in calore latente. Di conseguenza, viene favorita la crescita di vegetali e l’apparizione di un piccolo ciclo locale dell’acqua.

CAP 2 // Comprendere il cambiamento climatico e le sue sfide globali

L’acqua è un bene comune universale indispensabile alla vita, per le generazioni di oggi e di domani.

La crescita dei nostri bisogni idrici, cumulata agli effetti del cambiamento climatico, minaccia direttamente le nostre riserve di acqua dolce. È interrogandoci sulle sfide globali legate al cambiamento climatico che noi ci interessiamo più specificatamente del movimento naturale dell’acqua tra terra, mare e cielo (ciclo dell’acqua) e delle perturbazioni di questo ciclo da parte dell’Uomo attraverso i suoi usi e le sue attività.

Comprendere il cambiamento climatico e le sue sfide globali

cci07102015_0005La questione del clima sottopone numerose sfide alle nostre società per il futuro. Già oggi, gli effetti del cambiamento climatico cominciano a farsi sentire e le sue conseguenze sono sempre più visibili nella nostra vita quotidiana. L’aumento delle alluvioni, dei periodi di siccità, l’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento precoce dei ghiacciai ecc. sono fenomeni che tendono a rafforzarsi senza che l’Uomo riesca a prevenirli. La crescita aleatoria di questi fenomeni è riconosciuta come conseguenza di un processo complesso, che chiamiamo cambiamento climatico.

1.1 – Che cos’è il clima?

Il clima è un fenomeno difficile da com- prendere poiché agisce a diverse scale sugli ecosistemi, attraverso i processi fisici, chimici e biologici interdipendenti che

esso governa. Esistono sulla Terra diversi tipi di clima regionali che sono determina- ti da molteplici fattori, ovvero la latitudine, l’influenza della circolazione atmosferica e dei massici montuosi, l’ineguale distribu- zione di terre e mari (Fig.1).

Per ciascun clima, troviamo un suolo e una vegetazione che gli sono propri. Per esempio, il clima mediterraneo è un domi- nio bioclimatico caratterizzato da tempe- rature elevate, dovute alla prossimità con l’Equatore (le estati sono calde e gli inverni miti), ma anche da precipitazioni irregolari con un picco invernale e una vegetazione naturale tipo macchia mediterranea.

1.2 – Il cambiamento climatico

schermata-2016-11-16-alle-23-47-18Il clima presenta una parte di variabilità naturale ed un’altra attribuita alle attività umane, detta “antropica”. In effetti, nei millenni, il nostro Pianeta ha conosciuto diverse fasi climatiche storiche, chiamate ere glaciali (ad es. tra 200.000 e 150.000 anni fa).

schermata-2016-11-16-alle-23-48-56La paleoclimatologia, scienza che studia il clima del passato, ha messo in evidenza che la nostra epoca – l’Antropocene – ha conosciuto una trasformazione molto più rapida dell’ambiente rispetto al passato (soprattutto dopo il 1800). Questa trasformazione si traduce concretamente in un riscaldamento globale del nostro Pianeta.

I rapporti elaborati dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC), dimostrano che il cambiamento climatico che noi osserviamo oggi è provocato principalmente dall’attività umana. In particolare, le pratiche dell’uomo che portano all’emissione di gas serra5 fanno evolvere rapidamente le temperature medie. In soli due secoli, l’Uomo è divenuto il più grande produttore di gas serra. Queste osservazioni sono oggetto di un consenso scientifico e politico forte, poiché la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC) stabilita e sottoscritta da 196 paesi, definisce i cambiamenti climatici come “cambiamenti del clima che sono attribuiti diret- tamente o indirettamente ad una attività umana che altera la composizione dell’atmosfera mondiale e che va a sommarsi alla variabilità naturale del clima osservata nel corso di periodi comparabili”.

1.3 L’umanità di fronte agli effetti del cambiamento climatico

I diversi rapporti dell’IPCC dimostrano che le comunità umane e l’ambiente sono già e saranno anche in futuro fortemente impattati, se non saranno prese in tempo adeguate misure. I gas serra sono gas che si accumulano in atmosfera durante decenni o addirittura secoli. Essi continuano poi a influenzare il clima anche ben dopo la loro emissione. Non abbiamo quindi altre possibilità che ridurre da subito e drasticamente le nostre emissioni, per tornare al livello di capacità di assorbimento dell’atmosfera.Oggi si stima infatti che l’atmosfera possa assorbire solo dal 20% al 50% delle emissioni attuali1. Occorrerebbe quindi ridurre le nostre emissioni dal 50% all’80%. Sono perciò misure forti quelle che dobbiamo adottare fin d’ora.

Le conseguenze di un riscaldamento climatico anche minimo di 1° C sono già importanti: l’IPCC ha elaborato diverse proiezioni, dalle più ottimistiche alle più pessimistiche, per valutare gli effetti sull’Uomo e il suo ambiente. 

schermata-2016-11-16-alle-23-43-36Questi effetti sono diversi e cumulativi: scioglimento dei ghiacciai e aumento del livello degli oceani (che implica perdita di terre e spostamenti di popolazione), acidificazione degli oceani, perdita di biodiversità (sparizione delle foreste, delle paludi, delle barriere coralline), perdita dei raccolti dovuta alla siccità (quindi aumento della fame) o ad eventi climatici estremi (alluvioni, uragani), diffusione delle malattie tropicali, aumento dei costi della climatizzazione. Se si possono constatare alcuni effetti positivi a breve termine, come la diminuzione dei costi di riscaldamento o migliori rendimenti agricoli in alcune aree del mondo, questi lasciano presto il posto a scenari catastrofici. Infatti, al di là di una certa soglia di aumento della temperatura, siamo esposti a cambiamenti drastici del clima le cui conseguenze, molto meno prevedibili, saranno probabilmente altamente distruttive: lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia o nell’Antartico causerebbe un aumento del livello delle acque di 12 metri, che provocherebbe la sommersione di numerose città e megalopoli costiere; un cambiamento improvviso della direzione della Corrente del Golfo nell’Atlantico settentrionale renderebbe il clima europeo simile a quello dell’Alaska!

Tali rischi dovrebbero essere presi in considerazione da subito attraverso l’adozione di misure volte a ridurre il nostro impatto sul clima. Se esiste un consenso sul cambiamento climatico legato alle attività umane, siamo ancora lontani da un accordo internazionale per bloccare questo impatto.

Spesso, la politica ambientale è presentata come un ostacolo alla crescita economica. Le misure ambientali sono quindi considerate come dei costi aggiuntivi che vanno a frenare una attività economica stagnante, che si dovrebbe invece rendere più dinamica. Così, il Canada nel 2011 si è ritirato dal protocollo di Kyoto perché ritiene che questo costerebbe al Paese miliardi di euro e perdita di posti di lavoro8. Stessa cosa da parte dell’India, che critica questo accordo perché un tale impegno per il clima ritarderebbe lo sviluppo del Paese e impedirebbe a milioni di persone di accedere ad un livello di vita decente.

Questo ragionamento tuttavia è falso e pericoloso. Si tratta infatti di una sfida di lungo termine, che riguarda tutti i Paesi, diverse generazioni così come il futuro delle specie vegetali e animali. Allora, le decisioni politiche dovrebbero essere prese in modo atemporale.Il rapporto Stern (così chiamato dal nome dell’economista Nick Stern, che lo ha elaborato), realizzato nel 2006 dal governo britannico, ha permesso di divulgare questa visione di lungo termine. Effettuando un confronto tra costi e benefici delle politiche ambientali su un orizzonte molto lungo, il rapporto conclude:“Emerge una evidenza da tutti i calcoli operati, che ci conduce a questa conclusione chiara e netta: i benefici di una azione forte e presa più presto possibile superano di molto tutti i costi futuri che l’inazione genererebbe”.  Se nulla viene fatto, lo studio stima le per- dite a circa il 5% del Prodotto Interno Lor- do mondiale (PIL), per ogni anno e per un tempo indefinito. Questa cifra può anche aumentare al 20% del PIL mondiale se si adotta uno scenario di rischio e di impatti di maggiore ampiezza. In confronto, secondo Stern, i costi di una azione immediata (nel 2006, anno del rapporto) per evitare le peggiori conseguenze legate al cambiamento climatico, non arriverebbero all’1% del PIL mondiale.

Un costo minimo, dunque, per impedire il peggio e che non deve del resto essere visto come un costo, ma come un investimento.Inoltre, più si ritarda l’azione, più essa è costosa e meno efficace!

Limitare le nostre emissioni di gas serra necessita di sforzi finanziari, certo, ma che rappresentano in realtà un’opportunità per modernizzare la nostra economia, sviluppare nuovi settori e creare impiego. Le politiche ambientali devono essere viste come una leva per permettere un rilancio dell’economia. Se gli strumenti economici ci permettono di modellizzare i rischi, i costi e i guadagni legati ai cambiamenti climatici e possono essere degli strumenti utili alla presa di decisioni, non possiamo però ridurre la sfida rappresentata dal cambiamento climatico ad un semplice calcolo economico.

Si tratta anche – per l’umanità – di reinterrogarsi in profondità sulla propria concezione della solidarietà tra Paesi e verso le generazioni future, così come sul suo rap- porto con la natura. Deve evolversi e adattarsi per far fronte a cambiamenti rapidi. È ciò che viene chiamato il fenomeno della resilienza. Si tratta della capacità di un corpo, un organismo, di resistere e ritrovare le proprie capacità iniziali dopo una alterazione. Le sfide globali poste dal cambiamento climatico risiedono in questo fenomeno di resilienza, cioè nella capacità dell’umanità e del suo ambiente di adattarsi ed evolversi.

La resilienza dell’uomo si gioca sulla sua capacità di creare nouve tecnologie che rispondano ai suoi bisogni, rispettando l’ambiente. Le ecotecnologie, per esempio, sono un modo di adattarsi: si potrebbe parlare quindi di resilienza tecnologica. Ma si tratta anche di essere in grado di cambiare il nostro sistema socioeconomico per diminuire il nostro impatto e gestire meglio i veni comuni come l’atmosfera l’acqua, e le altre risorse naturali.

La resilienza reinterroga la relazione tra l’Uomo e il suo ambiente. L’umanità non è la sola ad essere colpita dai cambiamenti climatici. L’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN), una delle più vecchie organizzazioni mondiali di protezione dell’ambiente, stabilisce da oltre 50 anni una lista rossa di specie vegetali e animali minacciate.

Nella sua ultima edizione, sulle 77.340 specie studiate, 22.784 sono state classificate come minacciate. Ma solamente il 3% delle specie conosciute è studiato dall’IUCN. Tra queste specie, il 41% degli anfibi, il 13% degli uccelli e il 25% dei mammiferi è minacciato di estinzione a livello mondiale. È il caso anche del 31% degli squali e delle razze, del 33% dei coralli che costituiscono le barriere coralline e del 34% delle conifere10. Si stima che 338 specie di vertebrati siano definitivamente sparite e che 280 non esistano più se non in cattività. Il tasso di sparizione delle specie si è moltiplicato per 100 dal 1900. Si stima dunque che la Terra, che ha conosciuto cinque estinzioni massicce, sia oggi all’inizio di una sesta estinzione: sarà la prima causata dall’Uomo e non da fenomeni naturali11.

Da qui l’importanza di ripensare il nostro legame con la natura. La flora e la fauna non devono più essere viste come delle risorse al servizio dell’Uomo, ma piuttosto come esseri con i quali noi siamo interdipendenti e complementari. Questo cambiamento delle coscienze può passare soprattutto dal diritto penale internazionale, per riconoscere una giustizia per la Terra e gli ecosistemi. È, per esempio, l’obiettivo del movimento “End Ecocide”, che promuove la creazione di un quadro legale e penale per prevenire e impedire il danneggiamento massiccio o la distruzione degli ecosistemi. Per il momento, non esiste nessuna istanza penale nazionale, europea o internazionale che possa, in virtù del diritto, perseguire organizzazioni come le multinazionali per aver distrutto un ecosistema e la sua biodiversità. Il riconoscimento dell’ecocidio (la distruzione dell’ambiente naturale, da “eco”, casa in greco, e “cidio” dal verbo uccidere) si collocherebbe allo stesso livello e allo stesso titolo del crimine contro l’umanità, il crimine di genocidio, il crimine di guerra.illustraz

Le poste in gioco dell’acqua nel contesto del cambiamento climatico

In un rapporto del giugno 2008, l’IPCC riconosceva che dagli anni ’60 il cambiamento climatico influisce fortemente sulle risorse idriche.  Le nostre esperienze personali e di sensibilizzazione ci rendono consapevoli dello stretto legame tra le risorse idriche e il clima. Il cambiamento climatico si riflette e si rifletterà con diversi problemi su molte questioni legate all’acqua

o L’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari

Oggi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS14), un terzo della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Le catastrofi naturali legate al cambiamento climatico accentueranno questa ineguaglianza e la situazione tenderà a peggiorare. Ma l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari è una sfida anche per la popolazione europea: alcuni dei nostri comuni, per esempio, conoscono già da tempo difficoltà per la fornitura di acqua potabile alla propria popolazione (per es. nel centro e sud Italia). Recentemente (ottobre 2015) la popolazione di Messina è rimasta per giorni senza accesso all’acqua potabile a causa di un danno alle condutture provocato da frane e smottamenti, avvenuti a seguito di forti piogge e vento.

o L’agricoltura

Secondo la FAO, circa il 70% dei prelievi mondiali di acqua dolce è legato all’agricoltura15, che è dunque uno dei settori cruciali per la questione idrica e anche per il cambiamento climatico. È evidente che i conflitti saranno sempre più forti in questo ambito, tanto più che la modifica delle pratiche agricole pone il problema della nostra sicurezza alimentare. Da qui al 2050 sarà necessario nutrire quasi 9 miliardi di persone. Inoltre, se l’agricoltura è la prima consumatrice, è anche la prima inquinatrice. La sfida non è quindi solo quantitativa!

o L’energia

Consumiamo sempre più acqua per pro- durre energia. Essa è quindi al cuore di tutte le nostre attività! Allora, è necessario rimettere in discussione le nostre pratiche e il nostro modo di produrre energia.

o Gli ecosistemi

L’ambiente è trasformato dalle nostre attività. Il nostro rapporto con l’ecosistema deve quindi cambiare ed evolversi di conseguenza. Le questioni del ripristino e della protezione della natura divengono quindi delle poste in gioco principali, perché gli ecosistemi giocano un ruolo impor- tante nell’evoluzione del clima.

Abbiamo quindi quattro ambiti di sfide principali per le risorse idriche in relazione al cambiamento climatico.

Le catastrofi naturali legate all’acqua aumentano e questo ci conduce a ripensare al nostro modo di vivere. Tutti questi impatti e poste in gioco rischiano di portare a conflitti tra i diversi usi dell’acqua, che si intensificheranno se il clima non verrà riequilibrato nel futuro prossimo. La gestione dell’acqua da parte dell’Uomo è dunque un fattore che influenza molto il clima. Si può già constatare questa influenza in casi locali, come ad esempio i bacini delle grandi dighe, che possono modificare localmente il clima (es. la Diga di Assuan in Egitto). Ciononostante, questo fattore per il momento non è mai stato preso in considerazione negli accordi internazionali.

Come sottolinea la Coalition Eau “non si può veramente parlare oggi di un ruolo del settore idrico nei negoziati climatici. Infatti, i negoziatori internazionali non vogliono impegnarsi in negoziazioni settoriali, a causa delle difficoltà che incontrano già rispetto alle due poste in gioco principali identificate dalle negoziazioni, cioè l’ottenimento di un accordo giuridicamente vincolante sulla riduzione delle emissioni e la questione dei finanziamenti” .

Per questo è necessario che le risorse idriche siano prese in considerazione nei diversi accordi diplomatici legati al clima come quel- lo avviato in occasione della COP21. Un accordo sulla questione dell’acqua può sembrare qualcosa di aneddotico e settoriale, ma si tratta nei fatti di un accordo pratico che riguarda il cuore del processo!

Qui puoi consultare e scaricare il manualweb  completo !

Cleanin’ March

  • Promotore del progetto: Associazione Menti Libereplan cl
  • Paese: Italia (Lignano – UD)
  • Contatto: mentilibere@yahoo.it
  • Durata: tre edizioni di una giornata nel 2014, 2015 e 2016

Contesto

Lignano è una località turistica situata in Nord Italia, sul mare Adriatico. Nelle immediate vicinanze si trova la Laguna di Marano. Ogni inverno, il mare riversa sul litorale di Lignano tonnellate di rifiuti, rilasciati dalle imbarcazioni al largo, trasportati dai fiumi che sfociano nelle vicinanze o direttamente abbandonati da chi frequenta le spiagge. È il cosiddetto fenomeno del marine littering, che danneggia in vario modo gli ecosistemi e conseguentemente anche gli equilibri climatici. In alcune zone oceaniche, ad esempio, le correnti marine provocano la concentrazione di residui di plastiche e rifiuti: si parla di nuovi continenti formati da questi residui. Per il 40,4%, il marine littering è dovuto alle scorrette abitudini dei cittadini riguardo lo smaltimento dei rifiuti (MCS Beachwatch Survey 2012) e la gran parte dei materiali abbandonati è composto di plastiche. La degradazione estremamente lenta di questi materiali mette a rischio la fauna marina. Inoltre, la decomposizione dei rifiuti in piccoli frammenti tossici, consumati dagli esseri viventi lungo tutta la catena alimentare fino ad arrivare a noi, pone numerosi problemi legati alla salute.

A Lignano, questi rifiuti sono normalmente rimossi dalle spiagge durante l’estate, per migliorarne l’aspetto e la sicurezza, cruciale per l’economia locale che è basata sul turismo balneare.L’associazione Menti Libere ha ideato questa iniziativa quando i suoi membri hanno realizzato che le spiagge libere (che non danno quindi un profitto economico) non venivano pulite come le altre. Per proteggere questo ambiente unico e permettere agli abitanti di godere di uno spazio pulito, l’associazione Menti Libere si è attivata per pulire il litorale organizzando una giornata di raccolta dei rifiuti abbandonati. Le due “Cleanin’ March” organizzate fino ad ora sono state momenti conviviali che hanno proposto, oltre alla raccolta, concerti ed attività di sensibilizzazione alla protezione dell’ambiente. La prima edizione, nel 2014, si è svolta sulla spiaggia di Lignano. Nel 2015, invece, l’associazione ha scelto di pulire l’Isola di Sant’Andrea, un’isola disabitata al centro della laguna di Grado-Marano, che possiede un patrimonio naturale interessante, perché è una zona di rifugio per la fauna.

Obiettivocl1

– Sensibilizzare la comunità alla protezione del patrimonio ambientale, proponendo dei momenti in cui i cittadini siano attori del cambiamento e se ne rendano responsabili, prendendosi cura dei luoghi.

– Sensibilizzare i cittadini riguardo a cattive abitudini considerate ancora innocue, come l’abbandono di rifiuti sulle spiagge o in acqua.

 

Azioni e risultati

Le due edizioni di questa “marcia” sono state organizzate da un gruppo di giovani riuniti nell’associazione Mentcl2i Libere. Nella prima edizione, ciascun partecipante ha portato la propria attrezzatura per la pulizia (guanti, sacchi, rastrelli ecc.), mentre nella seconda l’attrezzatura è stata messa a disposizione dall’associazione, che ha anche provveduto al noleggio di una imbarcazione per trasportare i partecipanti e portare via i rifiuti raccolti sull’Isola di Sant’Andrea. Ciò è stato reso possibile da un finanziamento della Regione Friuli Venezia Giulia. Ciascuno ha poi contribuito al pranzo comune. Entrambe le edizioni sono state animate da un concerto gratuito di gruppi locali. L’associazione Menti Libere ha inoltre proposto attività di sensibilizzazione, sotto forma di laboratori creativi con il riciclo dei materiali raccolti. Nella seconda edizione, essendo l’Isola di Sant’Andrea una zona di rifugio per la fauna, l’intervento dei volontari è stato supervisionato da un botanico ha fornito informazioni e suggerimenti ai partecipanti, in modo tale da non danneggiare la flora e disturbare la fauna presente.

cl3    cl4

Dal punto di vista sociale, questo progetto ha favorito l’incontro tra le persone e lo sviluppo di un senso di cittadinanza attiva, centrato sull’ambiente come bene comune da rispettare e apprezzare. I partecipanti hanno potuto prendere coscienza dell’impatto dei loro comportamenti quotidiani e del fatto che piccoli cambiamenti nelle proprie abitudini possono aiutare a preservare l’ambiente.

Dal punto di vista ambientale, il progetto ha permesso di ridare dignità ad alcune parti del territorio locale. Questo è anche un vantaggio economico, poiché la zona di Lignano ha una forte vocazione turistica. Il miglioramento della pulizia e della sicurezza dei luoghi contribuisce sicuramente all’immagine della località. Il progetto è stato quindi anche una occasione per promuovere il turismo responsabile.

 

 

Didattica Mare-C.E.A.M. (Centro di Educazione all’Ambiente Marino)

  • Promotore del progetto: Riserva Marina di Miramare
  • Paese: Italia (Trieste)
  • Contatti: info@riservamarinadimiramare.it
  • Durata: dal 1989

Contesto

Già negli anni ’70 la costiera che circonda il Castello e il Parco di Miramare era occupata da un Parco Marino del WWF. Si trattava quindi di un embrione di una riserva protetta, in quanto l’area non era mai stata sfruttata a causa delle sue caratteristiche naturalistiche e storiche. Questa zona marina presenta, infatti, una ricca biodiversità della fauna e della flora, essendo da sempre il rifugio di numerose specie marine del Mare Adriatico del nord.
Negli anni la zona viene sempre maggiormente protetta (ad esempio vietando la pesca), fino a quando nel 1973 viene istituita la Riserva Naturale Marina di Miramare, la prima riserva marina italiana, nonché la prima Oasi marina del WWF. L’area protetta sorge oggi nel golfo di Trieste, in Comune di Trieste, ai piedi del promontorio di Miramare, propaggine litoranea incastrata tra il porticciolo turistico di Grignano e la riviera di Barcola, meta balneare estiva dei locali. La sua sede è ubicata presso il Castelletto di Miramare. L’ambiente in cui è localizzata è un tratto marino-costiero, roccioso nella sua porzione costiera, che digrada in massi, ciottoli e formazioni fangose mano a mano che ci si sposta dalla costa al mare. I fondali – la cui profondità massima è di 18 metri – sono rocciosi, ciottolosi e sabbiosi sino alla profondità di 8 metri circa, poi fangosi. La costa è formata da roccia calcarea tipica del Carso, territorio di cui il promontorio di Miramare rappresenta una piccola estensione del litorale.
Il settore didattico della Area Marina Protetta di Miramare inizia la sua attività nel 1989 al fine di coniugare la scoperta e lo studio dell’ecosistema mare con le finalità di conservazione proprie di un’area protetta, come stabilito nel suo decreto istitutivo. Nasce così il C.E.A.M. (Centro di Educazione all’Ambiente Marino), inserito nella rete dei Centri di Educazione del WWF sparsi in tutta Italia, con l’obiettivo di superare l’impostazione nozionistica, favorendo una metodologia che comporta un contatto diretto tra gli utenti e l’ambiente. L’obiettivo è stato quello di stabilire un connubio tra attività didattiche e conservazione utilizzando le prime per realizzare la seconda, in modo che la divulgazione e l’educazione diventassero degli strumenti effettivi per la protezione dell’ambiente, che ad oggi rimane il fine ultimo del progetto.

 

Attività e risultati
Agli studenti e ai docenti vengono proposti programmi di conoscenza dell’ambiente marino e costiero per il miglioramento della cultura generale nel campo della biologia ed ecologia marina. I programmi educativi sono realizzati in modo tale da offrire gli elementi di base per permettere la corretta interpretazione degli equilibri che regolano un ecosistema, integrando i metodi classici di analisi della ricerca d’ambiente (rilievo di parametri ambientali, campionamento di fauna e flora, elaborazione lungo transetti, ecc.) con tecniche di approccio più ludico-emotivo. Inoltre, vengono realizzati progetti speciali a carattere divulgativo-educativo, aggiornati periodicamente, con approfondimenti su temi specifici al fine di educare al rispetto e alla tutela degli ambienti naturali.
Le proposte educative non si esauriscono con i soli programmi didattici per le scuole, ma si strutturano in un’offerta distribuita durante tutto l’anno e prevedono laboratori creativi, passeggiate naturalistiche guidate, iniziative eco-ricreative e di sensibilizzazione per famiglie, attività di “sea watching” e visite guidate sottomarine.
Questa esperienza quasi trentennale nel campo dell’educazione ambientale marina è da sempre esportata come modello “pilota” in altre aree protette, sia in Italia che nel resto del Mediterraneo, contribuendo a diffondere la convinzione che il rispetto dell’ambiente che ci circonda passi attraverso la sua conoscenza e la comprensione delle complesse interazioni che lo regolano.
Un ulteriore merito della Riserva Marina di Miramare è quello di aver superato l’impostazione nozionistica prevalente nel campo dell’educazione, promuovendo un nuovo approccio per insegnare il rispetto dell’ambiente, utilizzando metodi alternativi, più interattivi e a contatto diretto, per favorire una connessione emotiva con la natura e per sensibilizzare maggiormente sul tema del risparmio delle risorse idriche e sul cambiamento climatico.
Dal 1989 ad oggi il numero di studenti che annualmente usufruiscono delle strutture e delle attività del C.E.A.M. si è continuamente moltiplicato con un parallelo aumento ed adeguamento degli spazi, ma anche dell’offerta formativa. Attualmente il numero di fruitori del servizio educativo si è attestato attorno alle 10.000 unità all’anno raggiungendo così la “capacità di carico” della Riserva; ed è proprio per far fronte alla crescente domanda che nasce l’idea di esportare l’esperienza maturata a Miramare rendendola accessibile e fruibile anche all’esterno, collaborando con altre associazioni.
Va inoltre evidenziato che la Riserva Naturale Marina di Miramare non si occupa solo della salvaguardia dell’ecosistema marino, ma più in generale di tutto l’ambiente: ha creato un programma per coprire anche altre aree protette della Provincia di Trieste, come il Carso, e da anni si occupa di sensibilizzare sul tema dell’inquinamento e in particolare sugli effetti nocivi della plastica.
Il suo contributo per ostacolare il cambiamento climatico è quindi enorme, insegnando a decine di migliaia di ragazzi ogni anno a rispettare l’ambiente che li circonda in un modo del tutto innovativo, che permette di toccare il cuore dei ragazzi facendoli appassionare al tema dell’ambiente. Il grande merito è anche quello di esportare questo modello innovativo al di fuori della Riserva aumentando capillarmente la consapevolezza per il rispetto dell’ambiente e sulle cause dell’inquinamento. Questo è cruciale per intervenire sul cambiamento climatico in atto.

Riconquista dello spazio urbano: Oltre il Giardino Laboratorio di Permacultura Urbana

 

  • Promotore del progetto: Il Ballo della Scrivania foto oltre il giardino
  • Paese: Italia (Pordenone)
  • Contatto: ballodellascrivania@gmail.com
  • Durata: dal 2014

 

Contesto

Dal 2010 al 2014 l’edificio adiacente al giardino oggi valorizzato dal progetto “Oltre il giardino” – un tempo sede della scuola Giovanni Antonio da Pordenone – ha ospitato uno spazio culturale denominato Parco2. Questo luogo offriva eventi culturali di alto livello in uno spazio che rappresentava una sorta di salto nella memoria per molti pordenonesi. Lo spazio culturale ebbe molto successo, portava vita e socialità in una zona degradata della città situata proprio nel centro. Nel 2014, a causa della spending review, il Comune di Pordenone decise di trasformare questo spazio in uffici. Di conseguenza, un gruppo attivo di cittadini, denominatosi “il Ballo della Scrivania”, iniziò a incontrarsi e confrontarsi per trovare un’alternativa a questa enorme perdita per la città. Fu indetta una petizione contro la chiusura di Parco2, che raccolse 1200 firme, ma la decisione del Comune non mutò. La galleria venne chiusa e la zona precipitò nuovamente in una condizione di degrado sociale. Questo gruppo di cittadini attivi però non si fermò: il suo lavoro era appena cominciato ed il progetto Oltre il Giardino stava per prendere vita.

Obiettivo

– Riqualificare un’area urbana attraverso un progetto dei cittadini, che permetta loro di riappropriarsi della propria città.
– Creare ed animare un orto condiviso, con eventi aperti al pubblico

Azioni e risultati

Il progetto è organizzato e gestito da un gruppo indipendente di cittadini, non riunito formalmente in associazione, che si è dato il nome de “Il ballo della scrivania”. Questo gruppo ha deciso progressivamente di occuparsi di questo spazio pubblico e di costruire un’area condivisa e dinamica attorno ad un progetto di permacoltura urbana.
Questa metodologia di coltivazione utilizza il sistema delle “casse di coltivazione”. Per costruire le casse sono stati utilizzati materiali di riciclo provenienti dal vicino parco di San Valentino, utilizzando delle biciclette per trasportare il necessario da un’area verde all’altra. La chiave di questa tipologia di coltivazione sta proprio nelle casse e nella loro progettazione; sono infatti costituite da diversi strati, dal basso verso l’alto: cartone, ramaglie, terreno di riciclo (proveniente da lavori urbani), pacciamatura di foglie, paglia e trifoglio nano. Questi strati permettono all’acqua di rimanere sul fondo della cassa. Si viene così a creare uno strato umido che funge da riserva di acqua per le piante (si comporta come fosse una spugna). Grazie alla limitata evaporazione non è necessario innaffiare ogni giorno, ma l’umidità al fondo delle casse fa sì che le piante debbano sviluppare delle radici forti e resistenti, così che possano cercare e raggiungere l’acqua necessaria per la loro crescita.
Il suolo che si è venuto a formare è ricco di micro-biodiversità e si comporta come un carbon sink, un serbatoio di carbonio atmosferico. Significa che questo tipo di terreno immagazzina CO2. Questa sua caratteristica è fondamentale, perché dimostra che una eventuale sinergia fra orti pubblici e privati potrebbe aiutare a fare delle città una delle soluzioni ai problemi del cambiamento climatico, e non più solo una delle principali cause dello stesso. Si tratterebbe di una piccola ma grande rivoluzione.
Quest’area si trova sul labile confine fra un normale orto e una foresta: l’orto infatti non necessita delle stesse cure di un orto tradizionale, perché è strutturato in modo che vi si verifichino in autonomia i processi naturali, proprio come se si trattasse di un ambiente selvaggio. Questo non pregiudica affatto la qualità del raccolto, i prodotti dell’orto sono infatti molto sani e gustosi. Il lavoro richiesto per la manutenzione di quest’orto è inoltre minore rispetto ad un orto tradizionale, proprio perché la sua struttura gli permette di resistere e autoregolarsi. Questo rappresenta un vantaggio per la città, in quanto non sempre i cittadini hanno il tempo (o la voglia) di occuparsi di un tale spazio dal punto di vista del lavoro manuale, ma questo non pregiudica la salubrità e la resilienza dell’orto stesso. Permette invece di sfruttare lo spazio come un luogo di aggregazione sociale, di creare un luogo di confronto, dove il tempo si ferma un attimo e tutto torna ad essere vero, rapporti sociali in primis.
“Oltre il giardino” infatti non è solo un orto: è un ecosistema urbano pieno di biodiversità umana. Ognuno può contribuire con le proprie idee, la propria personalità e fantasia alla realizzazione di nuove iniziative ed attività (dal dipingere le strutture, al costruire sedie e tavoli con materiali di riciclo, all’organizzare spettacoli, incontri ecc.). L’area è stata quindi resa attiva e ed è stata valorizzata dalle molte attività organizzate dal Ballo della Scrivania nel corso di quest’anno di attività, tutte descritte nel blog.
Questa esperienza di giardino condiviso ha permesso quindi a tutti i partecipanti di formarsi sulle tecniche di agricoltura sostenibile in città. I cittadini che contribuiscono a questo tipo di azione apprendono sul terreno e vedono, nel tempo, il risultato concreto del proprio lavoro.
Reintroducendo la vegetazione nello spazio urbano, questo tipo di iniziativa permette di influenzare positivamente il micro-clima creato dalle isole di calore in città. Ciò permette di rinfrescare, limitare la cementificazione eccessiva e creare dei legami sociali in spazi dove domina l’individualismo.

La Società Elettrica Cooperativa dell’Alto But

Promotore del progetto: SECAB- http://www.secab.it/home

Paese: Italia (Paluzza-UD)

Contatto: Direzione SECAB

Durata: dal 1911

Contesto

La Società Elettrica Cooperativa dell’Alto But (SECAB) è stata fondata il 25 giugno 1911 da Antonio Barbacetto. È la prima cooperativa della Regione Friuli Venezia Giulia che produce, distribuisce e vende energia idroelettrica ai comuni dell’area: Cercivento, Ligosullo, Paluzza, Ravascletto, Sutrio e Treppo Carnico.

Azioni e risultati

La storia di questa società è legata alla storia di una comunità che, all’avvio dell’industria idroelettrica, si organizza per portare la luce e il progresso nei villaggi della valle dell’Alto But. Questa comunità, ed in particolare due persone (Malignani e Pecotti) hanno rapidamente individuato nell’energia idroelettrica uno dei principali fattori di sviluppo per la regione. Nel 1910, Antonio Barbacetto sottolinea la necessità di creare un’impresa dedicata alla fornitura di energia elettrica sia per l’illuminazione domestica che per le attività produttive locali.
A seguito di una conferenza sull’illuminazione elettrica che ebbe luogo il 2 aprile 1911, quest’ultimo insiste sulla necessità di allontanare questo progetto dagli interessi privati e dalla speculazione finanziaria, a favore di un approccio basato sull’interesse pubblico e la partecipazione cittadina. Insiste quindi sulla creazione di una cooperativa, al fine di evitare lo sfruttamento delle risorse locali da parte di attori esterni.
Nel 1913, il primo impianto del Fontanone viene inaugurato, per il consumo privato di energia durante la notte e per l’industria che stava nascendo nella zona. La cooperativa si sviluppo in seguito durante tutto il XX secolo, passando dai 12 membri iniziali agli oltre 2600 di oggi. Produce annualmente 49 milioni di kWh e fornisce energia a circa 5500 utenti (famiglie ed attività produttive) su un territorio di 170 km2, con cinque impianti. Questa produzione copre totalmente la domanda annuale di energia elettrica del territorio, con un surplus di circa 24.000 MWh.
Dalla sua nascita, la cooperativa ha difeso il bene comune e lo sviluppo sociale ed economico del proprio territorio, salvaguardando le risorse naturali dallo sfruttamento e difendendo gli interessi della popolazione e delle imprese locali.
La SECAB non si limita a fornire servizi, ma si caratterizza per la sua vocazione sociale. Alla sua creazione, infatti, aiuta finanziariamente delle associazioni e propone corsi di formazione gratuiti per giovani elettricisti. Nel suo statuto di cooperativa, offre a tutti gli utenti la possibilità di venire coinvolti nella gestione. I clienti possono molto facilmente divenire attori della società e possono anche contribuire agli orientamenti strategici. Questa forma di governante permette di coinvolgere e responsabilizzare i consumatori, che hanno così la possibilità di divenire “consum-attori”.
In maniera coerente, la SECAB è particolarmente attenta a limitare i propri impatti ambientali. Rispetta scrupolosamente le regole sui prelievi e la restituzione delle acque, per mantenere costantemente il flusso vitale indispensabile alla fauna e alla flora dei corsi d’acqua. Una volta captata, l’acqua, l’acqua passa per una turbina che restituisce poi rapidamente la risorsa al fiume. La differenza di temperatura dell’acqua liberata è così minima da essere considerata come quasi inesistente. L’obiettivo è quello di non danneggiare la qualità dell’acqua.
Inoltre, tutti gli impianti idroelettrici della SECAB sono equipaggiati di passatoie per i pesci, per non danneggiare il loro ambiente di vita. Un grande lavoro è stato fatto per integrare gli impianti nel paesaggio montano, conservando così il patrimonio ambientale di questo territorio.
Le tecnologie più recenti e più rispettose dell’ambiente sono sempre scelte dalla cooperativa, che utilizza piccole unità produttive. Attualmente sta sviluppando un piano regionale per diminuire i prelievi di risorsa e preservarla di conseguenza. È stimato inoltre che le installazioni della SECAB evitano la combustione dell’equivalente di 30.000 tonnellate di petrolio e dunque l’emissione in atmosfera di 33.000 tonnellate di CO2. In questo modo, l’energia idroelettrica è effettivamente una fonte sostenibile che non perturba i cicli idrici e rispetta il clima, a differenza di ciò che avviene nelle grandi dighe.
Durante i suoi anni di attività, la SECAB è riuscita quindi a combinare sviluppo territoriale con politiche che rispondono ai bisogni ed agli interessi delle comunità locali. Ha inoltre lavorato per ridurre l’impatto delle centrali idroelettriche, come ci ha mostrato all’impianto di Noiariis (visitato durante la Scuola Estiva di ottobre 2015), che è perfettamente integrata nel paesaggio.

Centro agro-ecologico “Les Amanins”

  • Promotore del progetto: Les Amanins – http://www.lesamanins.comfoto amanins
  • Paese: Francia (La Roche-sur-Grane)
  • Contatto: info@lesamanins.com
  • Durata: dal 2003

 

Contesto

Fondato dall’incontro tra Pierre Rabhi (agronomo/filosofo) e Michel Valentin (imprenditore), Les Amanins è un centro agro-ecologico costruito attorno ad un progetto collettivo che tenta di riconciliare ecologia ed economia. All’origine del progetto si trova la ricerca di soluzioni ai problemi posti dalla società moderna: l’inquinamento, lo spreco e l’aumento dell’individualismo. Queste considerazioni hanno condotto a due domande, che sono alla base delle attività del centro: “Quale pianeta lasceremo ai nostri figli?”, “Quali figli lasceremo al nostro pianeta?”

Azioni e risultati

Il centro Les Amanins è stato creato nel 2005. Ha come obiettivo quello di conciliare l’essere umano con il suo ambiente, attraverso attività come l’accoglienza, la pedagogia, l’ascolto e la sperimentazione. Difendendo il concetto di sobrietà felice, questo centro ha sviluppato una filosofia che è applicata nel quotidiano. Ha come vocazione quella di trasmettere pratiche ecologiche ad un grande pubblico. Sviluppa attività di produzione agricola, accoglienza, educazione, sensibilizzazione e scambio. Si basa su quattro “autonomie”: alimentare (policolture rispettose della Terra), energetica (produzione di energia proveniente da fonti rinnovabili), della costruzione (utilizzo di materiali naturali e locali), economica e finanziaria (grazie ad una diversità di atti
vità economiche).
Cercando di responsabilizzarsi sui rifiuti prodotti dal centro, l’équipe de Les Amanins ha sviluppato un sistema di trattamento delle acque usate attraverso la fitodepurazione. Tutte le acque di lavaggio e i reflui liquidi sono filtrati dalle piante in tre bacini successivi. Questo sistema responsabilizza anche gli utilizzatori riguardo i diversi inquinanti emessi.

 

Prima scuola materna ecologica a Dominteni (Drochia) in Moldavia

  • Promotore del progetto: associazione ORMAX – http://www.ecotehnologia.infodrochia
  • Paese: Moldavia (Dominteni-Drochia)
  • Contatti: Oleg Rotari ormax@mail.ru
  • Durata: 18 mesi (2013-2014)

 

Contesto

Paese poco conosciuto, la Moldavia è considerata oggi il paese più povero d’Europa, dove circa il 30% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Con 3,5 milioni di abitanti ed una economia completamente dipendente dalla Russia, il paese è piombato da una ventina d’anni in una grande crisi economica e sociale. Le condizioni di vita sono molto difficili, sia nelle zone urbane che in quelle rurali, e questo spinge molti moldavi ad emigrare. La perdita d’accesso alle cure è una delle forme di esclusione sociale più gravi tra le conseguenze della transizione economica del Paese. Il debole accesso all’acqua potabile e a servizi igienico-sanitari decenti costituisce un rischio reale per il Paese. L’inquinamento delle acque di superficie e sotterranee si ripercuote anche sulla qualità delle acque del bacino idrografico, composto da più di 4300 piccoli laghi e fiumi e dai due grandi fiumi Nistru e Prut, affluente del Danubio.
2010-2012: il villaggio di Dominteni partecipa al progetto “Acqua sana e servizi igienico-sanitari sicuri per tutti in Moldavia”, sostenuto dalla Fondazione Danielle Mitterand – France Libertés e dall’organizzazione Church World Service. Vengono svolti test della qualità dell’acqua e i risultati sono riportati sulla carta del villaggio; il comitato di villaggio inizia a realizzare dei piani locali per la sicurezza idrica.
Maggio 2013: il villaggio di Dominteni è scelto per beneficiare della continuazione del progetto iniziale, grazie al sostegno del Festival de l’Oh! 2013, iniziativa del Dipartimento francese Val de Marne.

Obiettivo

– migliorare la qualità dell’acqua e dei servizi igienico-sanitari per la scuola materna di Dominteni, nel distretto di Drochia, in Moldavia;
– sensibilizzare la popolazione sui legami tra qualità dei servizi igienico-sanitari, dell’acqua e salute.
L’obiettivo immediato era di fermare l’inquinamento delle falde. Questo ha permesso di migliorare la qualità dell’acqua dei pozzi che alimentano la scuola materna, al fine di proteggere la salute dei bambini. Numerose azioni di comunicazione sono state organizzate da ORMAX per permettere lo sviluppo sostenibile delle zone rurali della Moldavia e promuovere le eco-tecnologie per affrontare il cambiamento climatico.

Azioni e risultati

1. Studio di fattibilità
Un ingegnere specializzato è stato incaricato di realizzare lo studio di fattibilità, disegnare i piani tecnici e definire il calibro delle installazioni previste.

2. Costruzione di toilette ecologiche
Sono state costruite delle toilette nell’edificio della scuola materna, equipaggiate di lavandino e doccia. La protezione delle risorse idriche e il miglioramento delle condizioni di vita sono stati i criteri principali nella scelta del tipo di servizio igienico-sanitario. Un pannello solare è stato installato perché la scuola possa avere l’acqua calda.

3. Trattamento delle acque usate
E’ stato costruito un bioflitro per trattare le acque usate e le acque grigie dei lavandini, de
lla cucina, delle docce.

4. Potabilizzazione
I pozzi della scuola sono stati equipaggiati con un filtro ad osmosi inversa, soluzione tecnica per disinquinare l’acqua raggiungendo un miglioramento durevole della sua qualità. Questa azione ha permesso di dare accesso ad acqua sana e servizi igienico-sanitari sostenibili alla scuola materna. Preservando le risorse idriche sotterranee, questa azione garantisce la loro qualità, messa in pericolo dai diversi usi umani. Ricordiamo che le falde sono serbatoi impattati direttamente dalle nostre attività. Inoltre il progetto, alla sua scala locale, contribuisce a ristabilire la giustizia climatica sul territorio coinvolto.

 

Agricoltura biologica – L’azienda agricola “Un goût d’air libre”

  •  Promotore del progetto: Azienda agricola “Un Goût d’air libre”gout
  • Paese: Francia (Drôme)
  • Contatto: gout.airlibre@yahoo.fr
  • Durata: dal 2009

Contesto

Creata sei anni fa nella regione della Drôme, nel Sud della Francia, questa azienda agro-ecologica dispone di 8 ha di terreno. Gestita da Sabine ed Emmanuel, che accolgono talvolta degli stagisti e dei wwoofers1, questa azienda produce principalmente piante aromatiche e medicinali, uva da tavola, verdure e piante usate per tingere. La produzione è certificata biologica. Non avendo accesso a una fonte di irrigazione diretta (la sola irrigazione è quella naturale legata alla pioggia) questa azienda ha dovuto adattare le sue colture, selezionando quelle adatte al clima di questa parte del Paese.
Nel loro progetto economico e di vita, Sabine ed Emmanuel cercano di rispondere a diversi obiettivi in coerenza globale con la natura e con i propri valori: trasformazione dei prodotti, utilizzo di trazione animale per le lavorazioni, vendita diretta o a KM0, attività pedagogiche.

Azioni e risultati

Per rispettare l’ambiente che li circonda, questa giovane coppia ha privilegiato la costruzione di edifici ecologici (l’isolamento è fatto a base di paglia di lavanda). Per essere totalmente autonomi dal punto di vista energetico, pannelli solari che alimentano una dozzina di batterie (al piombo e non al litio, per poter essere riciclate a fine vita) forniscono l’energia necessaria all’azienda. Delle toilette secche e un sistema di fitodepurazione sono stati costruiti per limitare il consumo d’acqua e trattare le acque usate in maniera naturale.
Recentemente sono stati creati uno stagno e un appezzamento selvatico, per favorire la presenza di una flora e una fauna diverse. L’acqua del fiume locale non è utilizzata per l’agricoltura perché troppo inquinata. Recentemente infatti è stata rilevata la presenza di derivati del rame, provenienti dai sistemi di lotta contro la proliferazione della cozza zebra (Dreissena polymorpha) nelle condotte delle centrali nucleari. Solo l’acqua di ruscellamento è captata per alimentare l’appezzamento riservato alla biodiversità. Per l’annaffiamento sono usati inoltre dei recuperatori d’acqua piovana. Le colture sono sopraelevate su delle piccole collinette per una migliore resistenza alla siccità ed all’eccesso di pioggia. L’acqua potabile, destinata al consumo domestico, è prelevata da un pozzo e analizzata regolarmente. I campi sono stati organizzati con l’impianto di siepi multi-specie di 800 m di lunghezza e con la creazione di un giardino-foresta1, con lo scopo di proteggere la terra dai venti e dall’erosione, migliorare la biodiversità, fertilizzare il suolo, gestire in modo economico ed ecologico le risorse idriche. Inoltre le siepi sono produttive: danno bacche, piccoli frutti, tartufi, frutta a guscio, ma anche legno per il riscaldamento.
Gli ostacoli per gestire questo tipo di azienda sono molteplici: le risorse idriche sono limitate, l’esposizione al vento e il rilievo penalizzanti, il fattore tempo è essenziale, l’indipendenza finanziaria lunga da raggiungere (i produttori non sono ancora totalmente indipendenti perché affittano una parte del terreno).
Questa azienda è l’esempio di un altro tipo di agricoltura che rispetta l’ambiente. Le scelte che sono state fatte (agricoltura biologica, selezione di varietà adattate al clima, ricorso alla trazione animale, irrigazione a partire dall’acqua piovana) permettono di proteggere gli equilibri naturali e ristabilire il piccolo ciclo locale dell’acqua.